continuano a succedere e il mondo continua a girare e mentre mio padre ha fatto domanda di pensionamento e di invalidità e sta per cominciare la sua battaglia contro il male, è scoppiata una primavera noncurantemente (o appositamente?) colorata e bellissima. La teoria della relatività mi offre ogni giorno nuove e diverse manifestazioni di sé: cose che prima rappresentavano problemi o pensieri ora non esistono nemmeno, cose prima quotidiane o trascurate adesso appaiono preziose. E almeno imparare meglio mi fa sentire meglio.
Giorni fa mi si è spezzata una corda della chitarra, il mi cantino, che insieme al sol cede più facilmente allo strapazzo delle varie accordature non standard cui le costringe la musica che suono più spesso. Ma ho pensato di non rimetterla subito e tenerla un po' come una chitarra tenore, la chitarra a 4 corde con cui sono suonate diverse canzoni di Ani DiFranco, per esempio Hypnotized o Half Assed.
Quella sorta di essenzialità mi asseconda, forse perché ultimamente sento il bisogno di suonare cose con meno note e più silenzi, per lasciare ai pensieri il modo di dilatarsi con calma entro i suoni, piuttosto che essere soffocati da essi.
E in questi giorni, da quando ho appreso la notizia della strage di Cho Seung-Hui al Virginia High Tech, ho in testa un'altra canzone suonata con quelle sole 4 corde e con un testo rappresentativo di quell'altra America, che cerca di incidere sulle coscienze non con le armi ma con la ragione (e per amore della ragione stendo un velo pietoso sulla risposta del governatore della Virginia all'invito di Bush a non portare le armi a scuola: "se anche gli altri studenti avessero avuto le armi, non sarebbero morti come pecore, ma avrebbero opposto resistenza a quel pazzo").
Era giusto il 20 aprile di 8 anni fa quando due studenti di 17 e 18 anni commisero la strage alla Columbine High School, una delle più gravi della storia americana con le sue quindici vittime. Qualche mese dopo, l'album To the Teeth si apriva con questa canzone dallo stesso titolo (ho preferito tradurre il significato e rimandare altrove ai significanti verbali e musicali):
Il sole tramonta su questo secolo
e noi siamo armati fino ai denti
stiamo unendo tutti i nostri sforzi
per abbreviare pietosamente le nostre vite
E studentelli continuano a insegnarci
di cosa si parla quando si parla di armi
confondete pure "libertà" con "artiglieria"
e state a guardare i vostri figli che la realizzano
E ogni anno ormai, puntuale come il Natale,
qualche ragazzino diventa preda di quella depressione suburbana
che l'ha nutrito fin dalla nascita
si serve al primo arsenale a portata di mano
e se ne va in giro a riempire la cronaca nera
E in mezzo a tutto ciò le donne
imparano quel che le povere donne hanno sempre saputo
che il limite è molto più vicino di quanto si pensi
quando gli uomini portano le armi in casa
Ma guarda dov'è il profitto
è lì che troverai la fonte
della grande menzogna che tu e io
conosciamo così bene
e nel tempo che servirà perché questo
desiderio culturale di morte faccia il suo corso
loro si faranno dei bei soldi
e poi andranno tutti all'inferno
Lui l'aveva detto che alla fine tutto si paga
eh sì, Malcolm aveva previsto quest'ondata
e davvero dormiremo per un altro secolo
mentre i ricchi guadagnano sul nostro sangue?
È vero, potrà esserci un po’ da lavorare
per vedere la fine di questo disfacimento
ma secondo il mio umile parere
ecco cosa suggerirei di fare:
aprire il fuoco su Hollywood,
aprire il fuoco su MTV,
aprire il fuoco sulla NBC,
e la CBS e la ABC
aprire il fuoco sulla National Rifle Association
e su tutte le menzogne che ci hanno sempre raccontato,
aprire il fuoco su ogni fabbricante di armi
mentre fa un pompino a qualche senatore repubblicano
E se sento parlare ancora una volta
del diritto di qualunque idiota
ai suoi strumenti di furore
prendo tutti i miei amici
e me ne vado in Canada
dove almeno potremo morire di vecchiaia.
(come Benigni quando cerca di non pensare al sesso in Il Mostro)
Stamattina ho richiamato l'Ufficio Stipendi dell'Università, da cui aspetto il pagamento di quattro corsi da più di un anno, precisa come un orologio svizzero nel seguire il loro suggerimento dell'ultima telefonata "Se non le risulta l'accredito a metà febbraio, richiami pure qui".
È esattamente metà febbraio. Io richiamo.
Mi risponde una signorina con voce da bambina:
- Ma lei sul contratto si era dichiarata inoccupata?
- Sì.
- Ah ecco, il fatto è che i pagamenti per gli inoccupati sono stati bloccati in attesa che si allien... che si alleini... che si allie...
- allineino?
- ...ino con la nuova finanziaria, sì, ecco il perché del ritardo.
- Quindi avete i pagamenti bloccati perché non sapete come gestirli con la nuova finanziaria?
- Eh sì.
- E quali diventano ora i tempi per la liquidazione di questi contratti?
- Eeeh, i tempi per la liquidaziooone...
- È che, sa, è un anno ormai che aspetto...
- Guardi, noi volendo potremmo anche mandarli in pagamento subito, senza tener conto della nuova legislazione, però non le conviene, perché la ritenuta fiscale con la vecchia legislazione era molto più pesante...
E no, e là ho alzato le mani!
È vero, a ottobre, per un corso tenuto un anno prima, mi hanno trattenuto più di un quarto del già magro co.co.compenso in tasse.
Poi la signorina mi ha detto che comunque probabilmente questo all... allineamento con la finanziaria si farà questo venerdì o al massimo la settimana prossima, per cui l'attesa rimanente dovrebbe essere non troppo lunga.
Ho riattaccato un po' frastornata.
Ho pensato: e ora con che le pago le bollette nel cassetto di là e i due regali di laurea che devo fare il 23 e il 26 per due amiche fondamentali?
Poi ho pensato anche: ma quindi Prodi mi ha diminuito le tasse?
Oddio!
PRODI MI HA DIMINUITO LE TASSE!!!
Incredibbile siore e siori!
Ma se uno che è stato PresDelCons di questa Repubblica e guida un partito denominato "Forza Italia" va a farsi impiantare un pacemaker a Cleveland, Ohio, USA, non sembra implicare un po' che in Italia non ci sia nemmeno un chirurgo degno di compiere cotanta operazione su cotanto cuore?
Sarò un po' polemica io (ma intanto vedo che il dubbio è venuto anche ai cardiologi).
Una torna a casa da una giornata trascorsa tra viaggi e lavoro, con in sottofondo nella mente un fruscio di schede elettorali aperte e conteggiate, speranzosa nel vantaggio di un candidato giovane e motivato rispetto ad uno che nel tempo di un mandato non ha combinato nulla di degno di menzione, e che qualche anno fa è passato dalla Margherita a Forza Italia con la leggiadria di un pensiero opportunista (e beh, perché è importante avere ideali coerenti, no?), e cosa trova appena accende il computer?
Prima una laconica mail: "Mellin hai visto i risultati delle votazioni in Molise?" (Mellin è il mio soprannome dei tempi dell'università. Adottato dagli amici di quegli anni ma coniato da un'impiegata dell'agenzia del diritto allo studio aquilana, autrice anche della pregevole lampajour sulla comodina, della bolletta gastronomica de ju telefono e di altre perle che al momento non ricordo). E già un sospetto s'insinua.
Poi, sui vari siti di notizie, la notizia che proprio Michele Iorio, la banderuola inconcludente, è in via di riconferma. Ecco.
Prima di fare la banderuola al vento, Iorio era un democristiano.
E la verità è che il Molise è una regione democristiana dentro.
Inutile accendere i riflettori nazionali su una regione che in tutto conta gli iscritti alle liste elettorali (327mila, compresi residenti fuori regione e nazione) che può contare un solo quartiere di Roma, credendo di leggere un'elezione locale come un test sul clima politico nazionale. In realtà sembra proprio che non ci sia molto da testare. C'è solo una costante endemica di pigro conservatorismo e/o inerzia che si conferma di volta in volta.
Oltretutto venerdì, nelle ultime ore precedenti il silenzio pre-elettorale, mi erano anche giunti dei simpatici sms da mittenti cui non ricordo di aver dato il mio numero:
Spero vivamente che la Vostra scelta premi un Vostro cittadino serio e onesto come voi: "Alla regione con AN, alla regione con Michele Pretorino"
IL 5 e 6 NOVEMBRE tu che fai? IO VOTO FORZA ITALIA IO VOTO MOLINARO Umiltà Impegno Servizio per il Molise che Avanza!
Speravo che quelle parole ampollose, l'urticante abuso della forma slogan e quello sperpero irrispettoso di maiuscole potessero avere la fine che meritano.
Ma evidentemente non è ancora tempo.
Forse dovrei mettere come sottotitolo a questo blog qualcosa come "Un blog precario", "Pubblicazione aperiodica", "Blog a contratto", visto che in queste settimane non riesco quasi più a fare niente che non sia lavorare, viaggiare per lavoro e prepararmi per il lavoro.
I lavori, anzi, giacché con contratti di insegnamento di 12, 16, 20, 30 ore bisogna cercare di totalizzarne il maggior numero possibile: una raccolta punti col sostentamento come premio. Ci sono poi i punti bonus dei vari lavori e lavoretti da libero professionista o da disperata che cerco di aggiungere dove ho degli spazi (talvolta cercando di infilarli anche in spazi già occupati, 'ché non si butta via niente): traduttrice freelance, comparsa, birraia, accoglienza al ristorante, hostess a convegni di medicina, le serate a suonare nei locali quando ci si riesce.
Del resto coi soli lavori "ufficiali" dovrei campare di promesse (ma sto vedendo se riesco ad usarle per pagare le bollette): infatti i contratti universitari vengono pagati dopo la fine dell'anno accademico in cui si è svolto il corso. Così pare che per la fine di questo mese dovrebbe partire il pagamento per un corso di traduzione che ho tenuto a ottobre/novembre 2005. L'impiegato dell'ufficio stipendi mi indica il monitor tutto contento: "Sì sì, eccolo. Qui risulta che il mandato di pagamento è quasi pronto: 1000 euro lordi, netti 740". Ah, evviva. Certo, per questo ricco stipendio mi pare giusto versare un ricco quarto in tasse. Serviranno per la mia ricca pensione da reddito di 3-4000 euro l'anno (quando va bene).
Attualmente lavoro tutti i giorni della settimana, dal lunedì alla domenica, insegnando cose diverse in tre università diverse (per una quarta ho già finito le mie 20 ore nella prima settimana di ottobre) di cui una a Roma e altre due fuori, ad un'ora e mezza circa di viaggio.
Poi per carità: dico sempre che è meglio avere tante cose da fare che nessuna. E poi non sarà così per tutta la vita, ma fino a gennaio, perché tutti questi corsi sono capitati nel primo semestre. E poi ho finito il dottorato solo l'anno scorso e un po' di gavetta tocca a tutti. Poi un vantaggio di tutte le ore di viaggio è che sto finalmente recuperando la lettura di tanti libri comprati e mai letti.
Ma ciò non toglie gli svantaggi: che non mi fermo mai, che esco pochissimo, che non so cosa darei per un giorno tutto per me da passare in casa, che le mie coinquiline, quando rientro la sera dopo essere stata fuori tutto il giorno, mi guardano con musetto triste e sguardo commiserante.
Questa settimana sono stati pubblicati i risultati di un'indagine dell'Istituto di Ricerche Economiche e Sociali della Cgil sui lavoratori atipici in Italia: li ho letti sul giornale giusto viaggiando verso il lavoro venerdì mattina presto per rientrare a Roma la sera. Titolo: Senza fine gli orari dei precari. Ma no!
Sottotitolo: Hanno contratti atipici, ma la loro settimana lavorativa spesso dura di più di quella degli assunti. E uno su due a fine mese porta a casa meno di mille euro. Ma dai!
Un livello salariale che per il 34% del campione "consente a stento di vivere e di mantenere persone a carico", mentre un altro 31% lo giudica "del tutto insufficiente". E le ripercussioni di questa situazione sui modelli familiari sono immediate: il 90% dei lavoratori entro i 35 anni non ha figli. Qualche altro dato interessante qui o qui.
Forse si sta iniziando a capire che la flessibilità tanto celebrata dal sistema economico sta distruggendo a livelli veramente radicali il sistema sociale: gente precaria anche a 40 anni, che fa fatica a pagarsi un affitto, figuriamoci ad affrontare un mutuo (a meno che non ci siano i genitori ad aiutare), non se la sente di mettere al mondo figli, non può scioperare, non ha tutele sindacali, non può sperare in una pensione decente e non vede prospettive di miglioramento nel proprio futuro.
Ora finalmente per questa situazione sembra iniziare a levarsi anche qualche voce autorevole: il presidente Napolitano ha detto che il precariato è un problema serio che deve essere affrontato nelle sedi giuste, cioè in Parlamento.
Solo che con un Parlamento che preferisce perder tempo su dove Vladimir Luxuria debba espletare i suoi bisogni fisiologici (ma quindi anche a casa della Gardini l'uso del wc è interdetto ai maschi, per non provocarle traumi?), mi sa che abbiamo più speranze se proviamo a pregare San Precario.
Tre notizie di mezzo settembre:
1. Oriana Fallaci è morta di cancro in una casa di cura a Firenze.
Prima dell'11 settembre 2001 la conoscevo appena, come autrice della Lettera ad un bambino mai nato e per poco altro. Poi l'ho conosciuta come un'integralista occidentalista e ogni volta che la leggevo non la sopportavo (non ero l'unica, visti i soprannomi che si era guadagnata, come Oriena, e vignette come questa qui accanto). Se la prendeva con troppe cose in cui credevo, multiculturalità, pacifismo, pensiero no-global. Sparava senza se e senza ma contro una flaccida e remissiva Eurabia, sottomessa agli interessi islamici, incapace di difendere la propria identità, in cui "tutti tacciono come conigli".
Ma difendere la propria identità non significa portare avanti una guerra santa speculare, basata su "Loro sono il male e noi li dobbiamo distruggere", e vivere l'11 settembre respirando polvere delle torri del WTC nella propria casa a New York può portare a scrivere un libro come La rabbia e l'orgoglio, ma anche un libro come Molto forte, incredibilmente vicino. Punti di vista. È che in genere tendo a preferire chi costruisce ponti e non muri o trincee.
Eppure quante cose, nella sua storia che in questi giorni imparo meglio, che avevano reso grande e rispettabile la sua figura: da piccola vedetta partigiana a cronista di guerra, in anni in cui le giornaliste donne si occupavano di argomenti da donne, portatrice di pantaloni in anni in cui per questo si poteva essere cacciate dai luoghi pubblici, di capelli lisci e severi in mezzo a teste ostinatamente cotonate, scrittrice innamorata della sua indipendenza, del suo lavoro, del suono meccanico della macchina da scrivere e delle parole che si formavano come gocce sul foglio.
E poi man mano inasprita dall'età (perché in fondo invecchiando non si cambia: semplicemente si acuiscono i tratti del carattere che già si hanno), dalla rabbia di sentirsi una Cassandra inascoltata, e probabilmente da una malattia che non si augura a nessuno, che lei tra l'altro attribuiva al fumo nero respirato in Kuwait quando Saddam diede fuoco ai pozzi petroliferi. Arrivare a somatizzare l'odio.
Sapete cos'è che mi fa più rabbia? Che una donna dalle sue potenzialità abbia fatto tanto per mettersi da sola dalla parte del torto. Ma alla fine giudicheranno la storia e l'eventuale divinità che vorrà farsi trovare dall'altra parte.
2. Nello stesso giorno della morte della scrittrice, è arrivata la notizia di una sua quasi coetanea delle parti di Salerno, che dopo due soli anni di scuola, seguiti da una settantina di anni di lavoro dentro e fuori casa, la morte del marito e una grave malattia poi superata grazie al suo ottimismo, ha deciso di voler "saper scrivere meglio": così quest'anno tornerà sui banchi di scuola elementare per riscattare il tempo in cui venne delegata dai genitori a badare ai fratelli più piccoli, trascurando se stessa e le proprie aspirazioni.
Scusate, lo so che tutto ciò è di un retorico pazzesco. Ma questa storia mi è piaciuta perché è bella e vera. E perché in realtà sono una buonista del cavolo (del resto sono amministrata da Walter volemosebbene Veltroni).
3. Dieci giorni fa era scoppiato - si fa per dire, era ancora praticamente estate e la politica un argomento poco da ombrellone - il caso della tracheite di Berlusconi che lo aveva costretto a restare in Sardegna e a non poter raggiungere Caorle (VE) per il confronto in piazza con Rutelli, intervistati da Mentana. Perché un caso? Perché l'occasione era la Festa della Margherita. 
Beh, per ieri mattina Fini aveva invitato Bertinotti alla Festa nazionale di Azione Giovani. E Faustino (con cui spesso non sono d'accordo, ma da quando è Presidente della Camera sta facendo una figura tanto bellina, signora mia) ci ha riflettuto un po' e ha deciso di andarci. Fini si è detto emozionato per l'incontro e lo ha ringraziato per la coerenza con cui si batte per le sue idee. Il pubblico lo ha applaudito. È quasi magia.
Erano più di due mesi che non ritornavo nella cittadina in cui vivono i miei. Ora che ci sono 35.000 abitanti, non è certo più il tipico piccolo centro in cui si conoscono tutti, ma nel microcosmo del quartiere in cui ho vissuto dai 9 ai 19 anni è ancora così. Accade quindi che ad ogni mio ritorno da queste parti, tutti mi fermino per salutarmi e rivolgermi più o meno sempre le stesse frasi.
Dalla top ten sono definitivamente uscite "E il tuo ragazzo?" e "Quando ti sposi?", e per fortuna non è ancora entrata "Hai trovato il fidanzato?" (del resto c'è pur sempre mia madre ad informare la cittadinanza sull'interessante questione sociale), ma questo agosto è entrata una frase nuova che mi stupisce ogni volta che me la sento rivolgere:
Quanto sei bella ! / ?
Non ho idea del perché. Innanzitutto perché credo di essere sempre uguale, e poi perché non è assolutamente roba che sono abituata a sentirmi dire in giro. Ovviamente escludendo l'allocutivo bbella, che comunque a Roma è di valenza del tutto neutrale.
Da un paio di settimane ho un taglio di capelli leggermente differente dal solito, ma talmente leggermente che molti non si sono nemmeno accorti della differenza. Tranne me, che mi ritrovo ogni giorno a dover gestire dei movimenti tricotici insurrezionalisti e indipendentisti che prima si risolvevano con una coda di cavallo ben stretta.
Forse da qualche tempo ho le guance un po' più scavate (misteri della distribuzione del grasso corporeo) e forse questo mi attribuisce un'espressione più accattivante.
O forse ho l'aria serena perché non resto qui per molto.
In realtà sto sparando, eh. La verità è che una frase del genere mi mette in imbarazzo e mi rende difficile dare una qualunque risposta diversa da "Ma che dici?". Però sorrido.
Per il pensiero filosofico medievale, bellezza equivaleva a verità. Sulla prima versione della sua Nuda Veritas, la donna spogliata dal velo, che ci tiene davanti lo specchio in cui prima o poi tocca a tutti guardare, Klimt mise una citazione da Schefer: "La verità è fuoco e dire la verità significa splendere e bruciare". Per la seconda versione del quadro, quella più famosa, Klimt scelse una frase più polemica, scritta da Schiller: "Se non puoi piacere a molti con le tue azioni e la tua arte, allora fallo per pochi. Piacere a molti è male"
Ma è un volo pindarico, questo da bellezza apparente a verità. La cosa che volevo dire veramente è un'altra, a costo di sembrare ancora più didascalica di quanto non sia già riuscita ad essere in questo post.
Stamattina sono stata a donare il sangue. Non lo dico per ostentare quanto sono bella e brava, ma per provare a mettere davanti a qualcuno uno specchietto piccolo piccolo su un gesto semplice, che non ci costa niente ma è di importanza fondamentale perché tutti gli ospedali affrontano costantemente, ma soprattutto in estate, il problema della carenza di sangue: non si può sintetizzare in laboratorio e dipende unicamente dalla buona volontà di chiunque abbia tra i 18 e i 60 anni e sia in buona salute.
Per i discorsi ufficiali vi rimando al sito dell'AVIS, ma da parte mia vorrei dire che la procedura è semplicissima, sicura, assolutamente non dolorosa - la paura dell'ago si supera! - e dura circa mezz'oretta. Il tutto in un clima molto amichevole e piacevole, con dottori e infermieri più sorridenti che altrove, dal momento che i frequentatori del reparto donatori sono persone sane e socievoli: ogni volta che ho donato il sangue ho fatto amicizia con tutti. Chissà, magari potreste anche acchiappare!
Altri pro: ogni volta che donate il sangue vi mandano a casa le analisi complete e gratuite, così siete sotto controllo medico costante e potete scoprire eventuali disturbi in anteprima. Se lavorate, avete diritto per legge ad un certificato medico che vi dà un giorno di risposo retribuito. A fine donazione vi offono una ricca colazione con panini, dolci, succhi di frutta, a seconda dei posti. Nel giorno della donazione, poi, ci si sente giusto un po' stanchi, a me capita verso la sera, ma basta una dormita e passa tutto.
Ma soprattutto: ci si sente leggeri e bellissimi. Provateci.
Ritrovare la parola nel giorno del silenzio pre-elettorale. È già qualcosa.
Maggio mi ha travolta attaccandomi da più fronti e tenendomi lontana da me, ma per ora sembra ci sia una tregua.
Tra eventi belli e meno belli, ognuno di questi giorni avrebbe potuto costituire oggetto di un post, ma il problema è trovare lo spazio mentale giusto da ritagliare in mezzo alla vita piena, fatta di troppi giorni, e buone parti di notti, trascorsi via da casa, e in tanti casi via da Roma.
"O vivi, o scrivi", mi ricordava spesso un amico, quando parlavamo di letteratura ma anche semplicemente di blog, ovvero in genere della spinta a scrivere e della difficoltà a dedicarsi ad un'attività solitaria come la scrittura in una vita in cui è sempre così raro fermarsi. Soffermarsi. E ci confessavamo folgorazioni epigrammatiche fissate su pezzi di carta, o su sms scritti e mai spediti, nel corso di viaggi in treno, di passeggiate, di visioni inaspettate. Tutte cose generalmente fatte per perdersi.
[Proprio come mi sono ignobilmente persa, a causa del mio lavoro della domenica, la giornata romana delle Scritture di Strada. Ho saputo però con grande piacere che è andato tutto molto bene e che già si pensa di replicarla prima o poi. E spero davvero di poter essere presente la prossima volta.]
Tutto un flusso di cose in cui l'altra me, quella che legge, che scrive, che suona libera, che guarda fuori pensando, che fa almeno per un po' quello che la rende felice, resta lontana e vagheggiata. Eppure tante volte è l'unica che vorrei essere. Un po' come scrive Michael Cunningham in The Hours:
Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa, e poi dormiamo - è così semplice e ordinario. Pochi saltano dalle finestre o si annegano o prendono pillole; più persone muoiono per un incidente; e la maggior parte di noi, la grande maggioranza, muore divorata lentamente da qualche malattia o, se è molto fortunata, dal tempo stesso. C'è solo questo come consolazione: un'ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora.
Amare la città.
Mi fa venire in mente la campagna elettorale per Alemanno sindaco, con lo slogan Amore per Roma (anzi, x roma nell'url del sito) e i colori non tanto di destra. Sarà riuscito a confondere le idee a qualche romano indeciso?

Ma tanto non voto a Roma, bensì in una città con una campagna elettorale così e volantini così. E comunque volevo parlare del mio, di amore per Roma.
Dopo un mese come quello passato, c'è stato un preciso momento, un giorno, in cui mi sono sentita proprio nella versione serena di me, ed è stato giusto un paio di giorni fa con la mia amica F.: dopo aver pranzato a casa mia, con lentezza e nutrendoci di cibo buono e parole, ci siamo dirette nel centro di Roma praticamente senza meta. E vagando senza meta ci siamo ritrovate.
In uno dei miei negozi preferiti ho preso del sapone all'arancia e mandarino, in un altro del tè verde sfuso al limone e zenzero (che proverò a fare in infusione a freddo: ci vogliono 3-4 ore ma pare venga fuori un tè freddo spettacolare), ma soprattutto abbiamo deciso di infilarci in zone inesplorate, ritrovandoci in vicoli che potrebbero benissimo appartenere a Friburgo o Parigi, scoprendo piccole botteghe artigiane, restauratori di tappeti e soffiatori di palle di vetro natalizie, gallerie d'arte, minuscole librerie, negozietti di pietre e fili per fare collane, e di tazze e teiere a forma di gatto. Tutto era bello, anche ridere dei nostri pochi soldi e prospettive:
F. Se avessi centomila euro mi ci farei centomila viaggi.
Io Ma così sarebbero tutti viaggi da un euro.
F. Allora centomila viaggi sui mezzi pubblici: così sì che conosceremmo Roma!
Dobbiamo farle più spesso queste uscite, anche se meno di centomila volte. Intanto ci siamo promesse un po' di visite alla Basilica di Massenzio per il festival Letterature, dove scrittori vengono a parlare dei loro lavori, e attori ne leggono pagine, mentre musicisti creano il tappeto sonoro per le parole.
La prima volta che ci andai era in programma Daniel Pennac letto da Silvio Orlando: c'era così tanta gente all'ingresso che la fila faceva il giro intorno al Colosseo. Ed è bello vederlo succedere per i libri.
Oddio, il 6 giugno ci andremo anche per Valerio Mastrandrea... Che comunque è una brava persona: recentemente un ragazzo, che ho conosciuto facendo la comparsa per lo spot della 3 e al quale ho detto "ti amo" dopo mezz'ora di conoscenza (perché quando gli ho detto che suono cover "di una cantautrice americana che non conosce nessuno... Ani DiFranco", mi ha detto "Ma come no: Ani DiFranco!" e mi ha praticamente citato tutta la sua discografia), mi ha raccontato che essendo Mastrandrea, come Claudio Amendola, un grande romanista, capita spesso di incontrarlo allo stadio, soprattutto nelle trasferte, dove per i tifosi ospiti non c'è distinzione tra i vip e tutti gli altri. Una volta un ragazzo che se l'è trovato vicino gli ha detto: "A Vale', scusa se te lo dico, ma sinceramente il tuo ultimo film non m'è proprio piaciuto", e Mastrandrea gli ha risposto "Mi dispiace", ha aperto il portafogli e gli ha dato 10 euro.
Pensate: gli ha restituito i soldi del biglietto del cinema. Pensate se dovesse farlo Tom Hanks dopo questo Codice Da Vinci...
All'inizio di quella giornata, la mia amica F. si sentiva insoddisfatta. Diceva che anche Roma, una Roma ormai vissuta solo nelle dimensioni di casa e lavoro, iniziava a starle stretta, proprio come una volta le stava stretta la provincia, e di provare il desiderio di partire per un posto lontano e non tornare più.
Alla fine di quella giornata F. era luminosa. Mentre tornavamo a casa in metro, le dicevo che ero contenta, e che avevo voglia di scrivere qualcosa sul blog dopo tanto tempo. E lei mi ha detto: "Scrivi della tua amica che voleva andare a vedere il mondo e poi ha scoperto un po' del mondo dentro Roma".
Ecco. Questo è per te.
Anche la giornata della Liberazione è motivo di scontro tra i poli. Ogni cosa ormai è terreno di divisione strumentale più che di dialogo, ogni cosa è vista e classificata in chiave di manicheismo.
Alla fine si finisce sempre per parlare di politica, si diceva ieri al telefono con un amico che non sentivo da un po'. Infatti è così, e potrebbe anche essere una bella cosa, un mondo in cui tutti si interessano della cosa pubblica, se non fosse che ormai non si parla quasi più di idee, di questioni di convivenza civile, di progetti nell'interesse della collettività, ma più che altro si esprime un incessante ed esasperato scontro tra fazioni opposte, che temo sia la peggiore delle eredità di questi anni, che ci resterà incollata addosso per un bel po' di futuro.
Anche l'ultima volta che mi hanno chiamata a fare la comparsa, le parole più ricorrenti nei discorsi di tutti erano sinistra e destra, Prodi e Berlusconi, Eh ma voi avete detto questa cosa, E allora voi che avete detto quest'altra?, e La birra è di sinistra, Questa macchina mi piace di più perché è più di destra (giuro che ho sentito queste frasi).
Eravamo a piazza Farnese, sotto l'ambasciata di Francia, in una parte di Roma che amo molto, a fare la fila per entrare in un taxi che poi era una limousine. Guidata da Elisabetta Canalis (che sarà di destra o di sinistra?).
Di quel giorno sono state anche pubblicate delle foto su La Repubblica online: nella prima e nella terza si può vedere un ragazzo alto che somiglia a Forrest Gump (ed è inutile che cerchiate me perché mi sono messa il più lontano possibile dalle scene inquadrate). Ecco, quel ragazzo ad esempio durante la colazione al catering mi scrutava e ad un certo punto mi ha detto: "Tu, tu hai una faccia di sinistra. E anche gli occhiali di sinistra, con questa forma, e questo colore bordeaux. E hai pure i capelli di sinistra."
"E perché me lo dici come se fosse un problema?"
Un altro ragazzo vicino a me fa "Eh, perché lui vota Silvio."
Guardo Forrest: "Sì, ho votato Forza Italia sia alla Camera che al Senato."
Ah, ma allora esistono davvero! Mi chiedevo dove fosse questo italiano su 4 che ha votato Forza Italia, e finalmente incontro uno cui poter chiedere esplicitamente: "Perché? Posso capire tranquillamente l'essere e pensare a destra, ma perché Forza Italia e non AN, perché Silvio Berlusconi?"
E lui "Perché è il nostro Presidente e va premiato per le cose che ha fatto."
"Ah, lo dobbiamo anche premiare? E cos'ha fatto di utile pensando alla collettività, a parte forse la patente a punti e la legge Sirchia?"
"E allora voi che volete far adottare un bambino a due donne, voi che volete farmi pagare tasse sulla casa che lascerò ai miei figli? Ti pare giusto? Ma dai."
"Ma possibile che tiriate sempre fuori i Pacs? Con tutta questa semplificazione poi, ma non è come la poni tu, non è di questo che si parla. E pagare le tasse è dovere di ogni cittadino, se no come va avanti un Paese?"
In realtà alla fine il tipo era tranquillo e non era nemmeno antipatico, e quindi continuavamo a parlare. Ad un certo punto si è riavvicinato il ragazzo di prima e ci ha detto "Ma insomma, vedo che è nato un amore tra destra e sinistra..." Esagerato: parliamo.
Abbiamo parlato anche dei problemi dell'università, della ricerca, della fuga di cervelli all'estero, e lui ha detto "Se fossi laureato ci andrei anch'io."
"Già, l'ho sentito dire a molti, ma se ce ne andiamo tutti, questo Paese andrà sempre più in basso."
"Eh ma uno deve pensare prima per sé."
"Ed è questa la differenza sostanziale tra il pensiero di destra e quello di sinistra: per quello di destra dal benessere del singolo deriva il benessere della comunità; per quello di sinistra è il contrario."
Quel giorno, in cui non era stato chiamato nessuno dei miei amici e in cui credevo di passare il tempo delle attese leggendo, alla fine ho chiacchierato e riso con diversi ragazzi, e di tante cose oltre che di politica, per esempio libri, film, Roma, situazioni, vite, lavoro e lavori. C'era un ragazzo laureato in sociologia da più di un anno ma che per ora campa solo facendo qualche comparsata qua e là, un altro (carino e abitante nel mio stesso quartiere! Solo che poi l'ho scoperto essere di estrema destra. Militante.) che frequenta la scuola di specializzazione per l'insegnamento come quella in cui insegno io, solo che diventerà prof di scienze invece che di lingue.
Un po' dipendeva sicuramente dalla posizione che avevamo in questa scena, tutti insieme in fondo alla fila per il limotaxi, ma a fine giornata non ho potuto fare a meno di notare con un po' di rammarico che comunicare con i ragazzi e gli uomini era molto più facile e spontaneo che con le donne. A parte una o due che scambiavano volentieri parole anche con me, la maggior parte delle donne se ne stava piuttosto per conto proprio, oppure a squadrare le altre, a fare commenti su vestiti e capelli.
Questo mi ha messo tristezza, facendomi pensare al luogo comune che si tira fuori spesso sul rapporto delle donne tra di loro: che non c'è reale complicità, che le donne non sanno fare gruppo perché fondamentalmente si invidiano a vicenda e cercano di essere ognuna la primadonna.
È un discorso che non mi trova d'accordo, perché vivo l'amicizia femminile come una dimensione di grandissima complicità e unione e non potrei fare a meno del rapporto che ho con le mie amiche. A volte penso anche che potrei innamorarmi di qualcuna di loro e che l'armonia e la condivisione di idee e sensazioni potrebbero essere totali, se non fosse che trovo irrinunciabile la complementarità che posso vivere con un uomo.
Comunque il pensiero di quel giorno era che perlomeno in quel tipo di ambiente una minore capacità delle donne di fare gruppo è piuttosto visibile. Ma non so, magari la cosa era dovuta più ad una questione d'età, visto che le altre donne presenti erano tutte un po' più grandi di me.
A proposito d'età, la mattina siamo tutti passate sotto le abili mani di un giovane truccatore gay che era un ragazzo delizioso (a fine giornata eravamo già grandi amici e ogni tanto veniva da me a fare commenti buffi su quanto ci succedeva intorno): già sentire mani sapienti che ti toccano e coccolano il viso è una bella sensazione, ma ancora più bello è sentir dire ad uno che con la faccia delle persone ci lavora tutti i giorni cose come "Bella pelle, bello zigomo", e soprattutto "Ma tu quanti anni hai? Ventitré, ventiquattro?".
5 anni in meno e autostima a +1000. A volte basta poco.
Arrivo poco dopo le 21 a Piazza del Popolo, dove mi aspetta la prima amica che è già arrivata da un po': si è fatta un lungo viaggio in treno fino a Roma, evitando di restare a casa dei suoi direttamente fino a Pasqua, pur di essere presente per gli annunciati festeggiamenti del popolo della sinistra finalmente resuscitata.
Ci riconosciamo da lontano nella piazza quasi vuota e ci abbracciamo quasi con le lacrime agli occhi. "Cos'è successo? Quando sono partita oggi eravamo in vantaggio di quasi 5 punti percentuali! Com'è possibile?".
Stavano montando il palco, in piazza del Popolo, ma si sono fermati. Sono rimaste in giro poche persone. La faccia nelle mani, gli sguardi increduli.
Uno di quei piccolissimi furgoncini dell'Ama, la nettezza urbana, ci passa accanto e si ferma. Dentro, due giovani del popolo lavoratore, quello rappresentato da falce e martello, simboli del lavoro, ora divenuti un simbolo demoniaco: "Ragazze, ma che si dice? Sono vere le brutte cose che si sentono nell'aria?". Sono vere. Porto le ultime notizie sentite un po' prima delle 21 a casa. Ci scambiamo parole e sguardi tristi e solidali. Ciao. Ciao.
Inutile restare qui, non ci sarà nessuna festa. Decidiamo di spostarci a piazza SS. Apostoli, sotto la sede dell'Unione: ci saranno sicuramente altri che hanno sentito il bisogno di restare in piazza, di stare insieme, di esprimere un sentire politico fatto non solo di numeri ma di persone, sguardi, parole, cuori.
Percorriamo tutta Via del Corso in giù. Pochissime persone per strada. A un certo punto vediamo delle finestre illuminate, bandiere di Forza Italia a ognuna di esse, e anche una maglietta appesa con la scritta "Silvio". Dentro intravediamo lampadari di lusso, pareti splendenti, ragazzi con berretti. È la sezione dei Giovani di Forza Italia. Avremmo voglia di lanciare qualcosa contro quelle finestre. Lanciamo parole, almeno, che servono più a noi per sfogarci, perché tanto non ci ascoltano. Dentro sono troppo impegnati col caviale.
Continuo ad avere aggiornamenti grazie al collegamento costante con i miei personali uffici stampa da varie regioni (grazie a tutti voi!). Continuiamo a commentare e a cercare di dare un senso all'inspiegabile: avremmo dovuto stravincere, dopo 5 anni del genere - per non dire dopo 12 anni del genere - e invece ci troviamo sulla lama di un coltello. Ci guardiamo intorno e pensiamo che una persona su due, intorno a noi, ha deciso che gli ultimi 5 anni sono stati positivi e che è così che dobbiamo andare avanti. E la maggioranza dei voti non è neanche andata ad AN, come sarebbe stato più logico, più accettabile forse. No: una persona su 4 intorno a noi ha precisamente ridato fiducia a Silvio il populista, il televenditore di sogni, il non politico, il non statista, il non credibile, il caimano. Che cos'ha quest'uomo per stregare così la metà di un popolo? Cosa ci ha fatti diventare?
Fortunatamente arriviamo infine in un luogo in cui una persona su una, intorno a noi, ha voluto voltare pagina, prova ancora sdegno, ha una coscienza civile che si ribella, vuole credere che un paese più normale sia possibile. Già stare lì in mezzo fa star meglio. Siamo insieme, tra noi amici che ci vogliamo bene, che ci abbracciamo, ci consoliamo, ci sorridiamo nell'attesa, e siamo in mezzo ad altre facce sconosciute eppure amiche anch'esse. Senso di comunità.
E tutti appesi a quei numeri che si alternano sul maxischermo davanti a noi. Ad ogni aggiornamento si levano esultanze o fischi, sembriamo tifosi allo stadio e questa partita sembra non voler mai finire. Una partita iniziata praticamente 5-0, poi il progressivo pareggio, strani gol dati e annullati, e i supplementari infiniti senza gol d'oro o argento a mettere fine alla sofferenza, e le attribuzioni delle regioni vissute come calci di rigore che si ripetono mille volte.
All'una di notte Prodi si presenta finalmente sul palco, dopo aver rimandato il suo discorso di ora in ora dalle 18:30 in poi: "Vi chiedo scusa del ritardo, avremmo dovuto avere i risultati alle sei ma non si riesce a capire cosa stia succedendo, ancora non li abbiamo in mano. Siamo pieni di fiducia, vi ringrazio di aver avuto tanta pazienza e vi chiedo di averne ancora. È incomprensibile questo ritardo. Vi devo anche ringraziare per la bellissima campagna elettorale. Il fatto che siate qui da ore, da ore, è un'ulteriore prova della nostra forza e della nostra amicizia".
Le forze sono al minimo, in realtà, tra piedi dolenti e gatti di liquirizia salata, intermezzi di musica ska che interrompono le sparate del Giovanardi o dell'analogo di turno dai maxischermi, ma ci lasciano privi di quei numeri dai quali ora dipende tutto. Il tempo è uno stillicidio, siamo in balia di dati che ci sbattono nello sconforto e nella speranza ogni 5 minuti, il maxischermo passa da Sky tg24 a Rai3 a Rai1 e infine a Canale5, che ha un inviato in piazza di cui dobbiamo pure subire l'ironia, insieme a quella di un simpatico Mentana e dei suoi ospiti nello studio di Matrix. Decidiamo di sommergerli di urla. Soprattutto quando viene fuori che il margine tra Unione e CdL, finora in continua rimonta, è ora finalmente matematicamente incolmabile. È il triplice fischio di questa partita, quando quasi non ci speravamo più.
Fassino dà la notizia ufficiale con una faccia che fa capire benissimo che non si tratta di una vera vittoria, ma dopo tutte quelle ore di sofferenza ci sta bene anche il vantaggio di un decimo di punto. Solo all'idea di una riconferma di ciò che è stato negli ultimi 5 anni non avevo il coraggio di vedere l'alba di questo giorno.
Pochi minuti dopo quasi tutta l'Unione è sul palco giallo (non vedo Bertinotti o Pecoraro Scanio), si alza La Canzone Popolare di Fossati e noi proviamo finalmente 10 minuti di liberatoria felicità. Di abbracci e sorrisi. La piazza si riempie di bandiere. Di slogan: "Siamo Coglioni", "Chi non salta Berlusconi è", Bella ciao, che però non coinvolge granché i personaggi sul palco...
Ci pensi, stiamo applaudendo Fassino e Rutelli! È proprio una notte strana.
Una bottiglia di spumante passa di mano in mano e arriva anche nelle nostre.
Ma passa la bottiglia, la canzone si risiede, lo scoppio di gioia ha posto fine ad una spasmodica attesa e al timore della sconfitta all'ultimo secondo. Ma tutti sappiamo bene che non è in questo modo che dovevamo vincere, che si prospetta una situazione per nulla facile nei prossimi giorni... nei prossimi anni? Difficilissimo dirlo.
Torno a casa alle 4:30 del mattino, dopo aver visto macchine sfilare strombazzando per le strade del centro di Roma, con pezzi di manifesti fatti sventolare a mò di bandiere dai finestrini.
Mi risveglio 3 ore dopo, per saltare su un autobus e venire più presto all'università per un esame al quale non si è iscritto nessuno. Dopo ho anche lezioni, ma almeno per queste ore ho potuto camminare, pensare, scrivere.
Oggi guardo tutte le persone chiedendomi se abbiano votato di qua o di là.
Tutto è a metà oggi. Il Paese, le certezze, le speranze.
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