domenica, 06 maggio 2007
Cebula

è il titolo in polacco di questa poesia che riesce ad affrontare con acume e levità quel che per altre discipline si chiama ontologia o gnoseologia o epistemologia o esistenzialismo o quel che vi pare:


La Cipolla

La cipolla è un'altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
Potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d'inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla: cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell'una ecco sta l'altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un'eco in coro composta.

La cipolla, d'accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi - grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l'idiozia della perfezione.

(Wislawa Szymborska - traduzione di Pietro Marchesani)

Stamattina la signora Szymborska, come la chiamavano tutti, impedendomi di fugare ogni dubbio sull'esatta pronuncia del suo nome di battesimo (come si dirà correttamente Wislawa, se il cognome del fu papa veniva pronunciato in varie gradazioni fonetiche tra Voitila e Uoitiua?) ha letto questo ed altri piccoli trattati di filosofia, storia e metafisica, scritti a meraviglioso modo suo, a pochi metri da me, nella sua lingua piena di affricate: qui si può sentire la sua voce, dopo quella in italiano; oggi invece la lettura in italiano succedeva a quella in polacco e veniva dalla pacata voce maschile del suo stesso traduttore, Pietro Marchesani, cui il giovane e simpatico ambasciatore di Polonia ha conferito in latino un'onorificenza di merito.
Sembra il resoconto di un evento intellettuale snob, ma è stato tutt'altro: l'auditorium del Goethe Institut era pieno di persone sedute e in piedi per vedere quello che qualcuno, durante le presentazioni di rito, ha chiamato un grosso personaggio, perché Nobel 1996 per la letteratura e uno dei più grandi poeti viventi, invece davanti a noi c'era questa signora minuta e canuta dallo sguardo vispo e un po' timido, che ci ha detto (in polacco, poi tradotta da un'autorità che non ricordo, un signore dall'italiano perfetto e dal volume di voce di 2 dB) "Sono stupita che siate qui così numerosi: oggi è weekend!"
Ma per lei ne valeva la pena eccome. E c'erano molte persone giovani tra il pubblico. Giovani ad un incontro con una vecchia poetessa di 84 anni. Una ragazza seduta davanti a me aveva un volume polacco con sul risvolto di copertina questa (<--) foto di autrice e tazza fumanti. Altri avevano comprato al banchetto al piano di sotto dei volumi delle sue antologie. Io invece mi ero portata per il viaggio in autobus il mio amato volumetto col prezzo ancora in lire, preso dopo aver letto da qualche parte (dove? quando? perché? non lo ricordo) Amore a prima vista e/o Il gatto in un appartamento vuoto, parole ironiche e immediate su misteri insondabili come coincidenza e destino, morte e senso di tradimento. E le analisi storiche di Scorcio di secolo e La fine e l'inizio (in cima a questa pagina), parole che illustrano eventi epocali eppure scorrono senza impedimento, così diverse da ciò che la maggioranza intende per poesia: lo stile ermetico, le immagini frammentarie, il respiro sospeso negli enjambements, arrivare alla fine e magari chiedersi "aspetta, e quindi cosa ho letto?". Con lei no. E quanto più diretto appare a noi, tanto più c'è la sua bravura nel condensare cotanto significato in tali significanti. L'amo anche per questo. E non credevo che avrei mai avuto l'opportunità di vederla di persona. Ma oggi è successo e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano.

Per il resto nulla di nuovo: domani arriva mio padre che lunedì diventerà un uomo radioattivo per qualche ora, sperando di capire finalmente quanti siano i mostri e iniziare a colpirli; nel frattempo all'ospedale di Taranto si somministra protossido di azoto invece che ossigeno ai pazienti; Berlusconi si lamenta dei comunisti che vogliono rovinargli le aziende; dal primo maggio mezzo paese infiammato per la questione etica della critica a Santa Madre Chiesa da un palco da un comico, per frasi come
- Il Papa ha detto che non crede nell'evoluzionismo. Sono d'accordo: infatti la Chiesa non si è mai evoluta.
- Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, per Franco e per uno della banda della Magliana. Ma è giusto così: accanto a Gesù Cristo sulla croce non c'erano due malati di sclerosi laterale, ma due ladroni.

che non mi pare dicano nulla di falso (per quanto, ok, Welby i funerali nemmeno li aveva chiesti, ma la moglie sì, e comunque il punto è l'intransigenza della chiesa verso chi ritiene inumano l'accanimento terapeutico, anche quando la Sua volontà sarebbe un'altra... altro bel punto il fatto di mettere il becco un po' ovunque), ma nessuno che reagisca con tale passione per i discorsi di Epifani, Angeletti e Bonanni fatti la mattina a Torino, sulle vere questioni etiche urgenti di cui occuparsi: i morti sul lavoro, i morti di fame per precariato, la morte della fiducia nello Stato con un sistema fiscale sostenuto dalle classi sempre più svantaggiate mentre altri sguazzano impuniti in furbizie e privilegi, la morte della speranza, come l'altro giorno che sul sito di Repubblica c'era il programmino per calcolare la futura pensione e a me è venuta fuori una pagina tutta bianca. E andiamo avanti così.

scritto da mela | 02:54 | commenti (19) | commenti (19) [pop-up]
parole, notizie

sabato, 03 marzo 2007
Letterature moderne e comparate

Cancellato ogni fremito
Minuscoli insetti si inseguono in volo
Come credere che questo abbia un senso?

Ferma la mente
Incendi nell'animo
Non dirò una parola

Corse folli nel vuoto di una giornata
Che ne sarà di tanto sforzo?
Cadono lentamente dagli alberi i pensieri


Non sono bellissime queste composizioni?
Sono state composte da un generatore automatico di poesie.
Qualcuno (come si legge nelle spiegazioni alla pagina linkata) trova inquietante che una macchina possa scrivere meglio di una persona. È anche vero che ciascuna di quelle 114 frasi in rotazione semi-casuale è stata pensata e scritta appositamente per il progetto. Solo una è una citazione, e mi piacerebbe anche saperla riconoscere visto che l'autore ha proposto il quiz, ma non importa.

Mi importa invece di più ciò che ho scoperto ieri (da qui) sul romanzo vincitore del Premio Strega 2003, Vita di Melania Mazzucco. Uno studio di una ricercatrice del dipartimento di letteratura dell'università di Palermo ha mostrato come alcuni brani di Vita mostrino una somiglianza meno che semi-casuale con brani di Guerra e Pace di un certo Lev Tolstoj.
C'è chi giustifica l'operazione in base al fatto che In un romanzo postmoderno non possono non essere presenti i prestiti e le citazioni, dato che ogni testo è sempre anche ipertesto. Fin qui d'accordo: le infinite potenzialità semiotiche della citazione, il gusto della reminiscenza più o meno velata, stuzzicare il lettore con un bel gioco di specchi che può essere anche stimolante.
Il fatto è che la scrittrice, interpellata, ha negato qualunque legame di quei passi con quel libro, affermando di non averlo toccato negli ultimi 23 anni e che forse le sono riaffiorati nella mente dei ricordi inconsci.
Le infinite potenzialità semiotiche della dissimulazione.
(per non parlare di quell'altro)

scritto da mela | 19:54 | commenti (17) | commenti (17) [pop-up]
parole, notizie

giovedì, 18 gennaio 2007
Post che si scrivono da soli

Era da un po' che non mi arrivavano delle mail di spam veramente divertenti.
Di quelle che ci ricordano che oggi forse quasi tutto si può fare con le macchine, ma la traduzione proprio no.
Questa mail mi è appena arrivata dalla "Banca di Roma", con cui ovviamente non intrattengo alcun rapporto. Ho testé smesso di spisciarmi dal ridere con la mia amica e poiché abbiamo deciso di incorniciarla, la incornicio qui (ho anche testé imparato che testé è abbreviazione di testeso, ovvero "teso teso", ovvero "dritto dritto", ovvero "giusto adesso"). Da conservare e rileggere nei momenti tristi.


Mittente: info.privacy@bancaroma.it
Oggetto: Il suo in linea Accesso di tecnica bancaria è Stato Terminato

I Clienti cari Valutati;

A Banca Di Roma, migliorare annualmente i nostri server di Sicurezza per tenere i nostri clienti liberano dal furto di tecnica bancaria di internet.

Abbiamo migliorato qui vicino i nostri Server di SSL per migliorare la icurezza del nostro depositando per permettere in linea il libero-scorre ed il frode-libera depositando in linea per i nostri in linea clienti di tecnica bancaria.

Lei è consigliato di aggiornare le sue a tempo di record al più presto possibile attraverso la nostra maglia ottenuta: http://www.bancaroma.it/site/index.asp*  Per guadagnare l'accesso pieno al suo conto come questi sistemi di sicurezza migliorati possono riguardare i suoi montaggi di conto se lei non aggiorna le sue a tempo di record.

Ringraziarla per il suo capire, ma anche ricordare che la sua sicurezza è il nostro interesse estremo.


Dipartimento di intimità* e Sicurezza.
Banca Di Roma


* questo indirizzo indicato nella mail (non so se sia vero, vedo che esistono sia bancadiroma che bancaroma, con homepage identica) contiene poi ovviamente un link a tutt'altro sito.
* La Banca di Roma ha un Dipartimento di intimità. Di che altro si occuperanno?

scritto da mela | 12:32 | commenti (13) | commenti (13) [pop-up]
parole, tempi moderni, succede a mela

venerdì, 11 agosto 2006
Molisani nel mondo

Il signor Vincenzo ha 63 anni, da 45 vive e lavora in Germania e torna in Italia ogni agosto per farsi un po' di ferie al mare. Lui e la moglie hanno un appartamento nello stesso condominio dei miei, e ai miei sono legati da storie di emigrazione, di quelle comuni soprattutto da queste parti, dall'inizio simile per tutti e con il bivio fondamentale rappresentato dalla scelta "Rientrare o no in patria appena messi da parte un po' di soldi".
Il signor Vincenzo ha deciso di restare in Germania: ora ha figli tedeschi (immigrati di seconda generazione si chiamano tecnicamente, ma di fatto sono tedeschi; molti non parlano nemmeno più la lingua d'origine dei genitori) e quando racconta le cose e gli manca una parola, ce ne mette una tedesca.
Mio padre, Vincenzo anch'egli, quando ha avuto denaro sufficiente per comprarsi una casa in Italia l'ha fatto ed è rientrato nel 1986: questo gli è valso una casa di proprietà, due figli di cittadinanza italiana, e vent'anni sull'orlo del divorzio con una moglie in lieve disaccordo con questa e ogni altra sua scelta.

In effetti sono moltissimi quelli che hanno deciso di non rientrare: non per niente il Molise è la regione italiana col tasso di emigrazione più elevato (27,3% contro una media nazionale del 7%) e se al conto aggiungiamo tutti i discendenti dei primi emigrati, non stupirà che di fatto i molisani che vivono fuori dai piccolissimi confini della regione siano praticamente più di quelli che ci vivono dentro, che sono solo 300.000. Poi bisogna aggiungerci anche l'emigrazione interna, come me che ora vivo a Roma.
Tutto questo fa sì che quando arriva agosto, a parte la mia città di mare che raddoppia anche per la presenza dei turisti, anche i paesini semiabbandonati si ripopolino. L'altro giorno al Tg3 regionale - il telegiornale con meno contenuti al mondo - si parlava dei paesi in cui ad agosto si possono vedere taxi romani parcheggiati: è perché 2000 dei 6000 tassinari di Roma sono molisani (e non solo perché il Taxi Driver per eccellenza, Robert De Niro, è originario di Ferrazzano, CB) e per le ferie tornano al paese col loro strumento di lavoro.

L'altro giorno il signor Vincenzo ha raccontato a me e a mio padre di quando decise di andare a lavorare in Germania. Aveva 18 anni, nel Molise postbellico si moriva di fame e lui, che aveva imparato il mestiere del fabbro, voleva cercare un lavoro decente al nord. Il padre, figura autoritaria, gli disse che da casa non si doveva muovere.
Il rapporto col padre era sempre stato un po' conflittuale. Lo aveva conosciuto soltanto quando aveva 6 anni: erano gli anni immediatamente successivi alla guerra, e il padre si trovava in Gefangenschaft (prigionia). In quegli anni Vincenzino dormiva nel lettone con la madre, una donna grande e forte che dopo anni aveva ancora il proprio latte da dare al figlio, che le dormiva addosso come su un cuscino di velluto.
Una mattina però Vincenzino si svegliò, aprì gli occhi e si ritrovò su un braccio tutto coperto di peli. Terrorizzato si precipitò in strada urlando "C'è un uomo spaventoso nel mio letto!" e tutto il vicinato incuriosito si raccolse davanti alla sua casa: "Non è che è tornato tuo padre dalla Gefangenschaft?".
Il padre tornato dalla prigionia era un uomo tarchiato e incredibilmente peloso. Al figlio sembrava un orso, non solo per l'aspetto ma anche per il carattere burbero. E nonostante l'orso cercasse di ingraziarsi il bambino mettendogli ogni giorno in tasca una caramellina, "di quelle da un Pfennig", continuò a non piacergli, anche perché gli diceva sempre di no.
Così, quando seppe che si organizzavano viaggi per lavorare in Germania, il diciottenne Vincenzo si fece fare la valigia dalla madre, di nascosto, e partì.

Prima tappa Roma, raggiunta con un comodo viaggio attraverso l'arduo Appennino molisano, in una carrozza dalle sedie di legno. Al consolato tedesco, l'impiegato disse a Vincenzo: "I documenti te li faccio, ma prima devi andare al bar di fronte e prendermi due caffè e i cornetti. Loro sanno già tutto". E il ragazzo corse veloce, convinto che fosse indispensabile per ottenere le carte per l'espatrio.
Seconda tappa Verona, un po' il centro di smistamento per chi partiva verso il nord dell'Europa: riunite in una sala enorme, centinaia di persone in attesa della voce megafonata che chiamasse il loro cognome. Quando arrivò il suo turno, gli fu chiesto di spogliarsi per una rapida visita medica. Ma la medica era una donna e lui un ragazzo timido. Ci volle un po' per fargli fare quella visita, ma alla fine Vincenzo prese il suo treno.

scritto da mela | 18:50 | commenti (11) | commenti (11) [pop-up]
parole, notizie, succede a mela

martedì, 01 agosto 2006
Succo di ringo

Mi piace la lingua giapponese, amo le sue regole e le sue parole, il modo in cui tratta i prestiti stranieri  (qui potete vedere come verrebbe pronunciato il vostro nome), i significati dei nomi propri (non è meraviglioso che un nome come Akiko possa significare "figlia dell'autunno"?), la resa grafica.
Al ginnasio ricordo che sul frontespizio del primo libro di grammatica greca di chiunque c'erano i nomi di tutti scritti in caratteri greci. Il mio era melani .
Esistono anche molti siti che traslitterano i nomi in caratteri giapponesi, cinesi, ebraici, arabi, geroglifici, cuneiforme, lineare B, rune o quello che più garba, anche se non mi sembrano granché affidabili, visto che spesso anche per una stessa lingua danno risultati diversi tra loro.

L'altro giorno però mi è venuto in mente che anche in Giappone esistono le mele, e chissà che bel suono evocativo avrà la parola per "mela"...
Cerca cerca, e cosa scopro? Che in giapponese "mela" si dice NANA oppure RINGO. Cioè, ma come?
Io volevo una parola bella, qualcosa che suonasse come Naoko oppure Midori - ogni riferimento a quel libro meraviglioso che è Tokyo Blues Norwegian Wood non è puramente casuale - e invece mi ritrovo con un nome che in italiano vuol dire "persona bassa", o col nome del Beatle infimo?
Ho capito, al limite se un giorno dovessi scegliermi un nome giapponese, preferirei Akiko, visto che sono anch'io figlia dell'autunno. O al limite Fuji, che è una varietà giapponese di mele.

Ad ogni modo la scoperta di ringo giapponese mi ha portata ad altre interessanti scoperte.
Non era semplicemente una curiosa invenzione di Sofia Coppola per Lost in Translation, quella di mandare l'attore in declino Bill Murray a fare il testimonial per il whisky Suntory nelle pubblicità giapponesi (a proposito: a parte le geniali sequenze del film sulla realizzazione dello spot, esistono altri esseri umani ad avere trovato fondamentalmente noioso il resto di tale capolavoro osannato?).
In realtà pare siano diverse le star insospettabili che hanno prestato la propria immagine per reclamizzare i prodotti più improbabili, riducendosi spesso, diciamolo pure, a fare i deficienti: per chi fosse scettico, ecco, raccolti dalla BBC, nomi e fatti che i diretti interessati cercano di tenere ben nascosti in occidente.

A Ringo comunque il fatto di chiamarsi mela è abbastanza convenuto: è diventato direttamente testimonial di un succo di mela nipponico, perché il suo nome e cognome d'arte, con una piccola variazione di pronuncia, ringo sutta (con la a accentata), significano "mela spremuta".
Di qui il simpatico scambio di battute che anima lo spot qui sotto.
Ve lo offro alla stregua di servizio da tg dell'estate:

scritto da mela | 16:41 | commenti (32) | commenti (32) [pop-up]
parole, notizie, pubblicità regresso

martedì, 20 giugno 2006
Cose dell'altro mondo

Andrew, detto Andrea dai parenti italiani e Andy dalle ragazze, è un cugino australiano della mia cara amica R. Si è laureato di recente, a ventun anni da compiere a luglio, e ha deciso di partire per un viaggio così lungo che per ora non sa nemmeno quando rientrerà a casa.
Partito con un budget di 800 dollari australiani (500 euri scarsi), si è diretto prima a Londra, dove ha passato le prime notti in ostello, e intanto ha cercato lavoro, trovandolo immediatamente. Ma mica a lavare i piatti da McDonald's, bensì in uno studio di avvocati o qualcosa del genere che non ricordo bene. E così ha guadagnato i soldi per continuare. Dopo Londra ha deciso di visitare anche l'Italia, lasciata dal padre negli anni in cui l'emigrazione costituiva la prima voce nella classifica dell'export italiano. L'Italia dei parenti, ma anche l'Italia del mare italiano e delle montagne italiane, e di things to see.
Qui si inserisce anche il viaggio di Andy a Roma.
Avendo a disposizione praticamente solo una giornata, avevamo stabilito un itinerario ricco e pensato in tutti i particolari, per mostrare al figlio del nuovissimo mondo più meraviglie possibili de Roma antica e rinascimentale.
Risultato: noia totale per il figlio del nuovissimo mondo, frustrazione totale per noi ciceroni.

Andy, che più che altro si sdraiava su qualsiasi superficie orizzontale in cui si imbatteva, attraversava l'architettura e gli strati di secoli esposti al cospetto del suo sguardo senza mostrare alcuna reazione degna di nota, variazione nei segni vitali o curiosità per qualsivoglia cosa (ha giusto espresso un patriottico musetto triste, ma giusto per compiacermi, quando gli ho spiegato che la Fontana dei Fiumi del Bernini rappresenta solo 4 fiumi in quanto l'Australia per noi non esisteva ancora).
Poi si è acceso un po' a cena, in trattoria a Trastevere, e acceso davvero nel dopocena, ma mica per la passeggiata attraverso la Roma notturna dei monumenti illuminati ad arte e liberati dalle orde di turisti tipiche di questi giorni, bensì per il giro dei pub. Per le numerose pinte di Guinness che si è scolato, divenendo man mano più sorridente, e per le canzoni di Madonna e Shakira provenienti dagli altoparlanti indemoniati del Trinity College, che credevo solo un irish pub carino aperto anche di giorno come i veri public bars patrii, in cui prendere birra o tè chiacchierando amabilmente, ma che in realtà il sabato sera si trasforma nel girone infernale del divertimento commerciale: buttafuori bastardo all'ingresso, che non ti fa entrare mai anche se nel frattempo dal locale sono usciti in mille; baristi che fanno roteare i lampadari sopra il bancone, creando una gioiosa atmofera stile Coyote Ugly; gente fighetta e semovente nei modi più cool.
Intanto, al piano di sopra, le vecchie edizioni di libri di Yeats e Joyce si rivoltano desolate negli scaffali belli di legno scuro. Ci scambiamo sguardi malinconici, io e i libri; io e gli altri ciceroni.
Ci si sente un po' vecchi. Vecchi rispetto a questo ventunenne, che evidentemente non siamo stati in grado di coinvolgere, cui non siamo riusciti a far arrivare la bellezza di questa città; vecchi in senso continentale, rispetto ad uno sguardo da nuovo mondo per il quale il massimo della stratificazione storica interessante sembra essere la progettazione delle prossime vacanze.
Poi ci riflettiamo e concludiamo che no, non è una questione d'età. Che in realtà a 21 anni ragionavamo già come oggi. Che noi in Australia non avremmo deciso di passare ore tra pub, che avremmo voluto vedere ogni cosa, in giro, saziarci di tutto quello che di nuovo si potesse conoscere. Non una questione d'età ma caratteriale. E un po' culturale. Una questione di Weltanschauung? Però boh.
Tre giorni dopo Roma, Andy ha preso un nuovo aereo, stavolta per New York. Per due mesi farà l'istruttore di nuoto ed escursionismo in un camp estivo, uno di quelli in cui, come mi ha raccontato, i genitori americani mollano i figli per poter andare in vacanza tranquilli per conto loro.

In queste settimane, intanto, il formidabile genio americano Dave Eggers si trova a Roma con moglie e figlia. Venerdì sera, al Festival Letterature alla Basilica di Massenzio, ha letto il racconto inedito Le fanciulle reali, ambientato nel Sudan dei "bambini perduti", soggetto del suo prossimo libro.
A dispetto del suo enorme successo, che potrebbe anche motivare qualche atteggiamento da scrittore famoso fascinoso e spocchioso - alla Baricco, per dire, che lo ha preceduto su quello stesso palco con un racconto sull'11 settembre: certo però che come narratore è bravo - Eggers si è invece mostrato incredibilmente alla mano (qui un bel resoconto partecipe), un po' intimidito dal palco, ci faceva facce buffe mentre un tecnico gli armeggiava intorno per sistemargli meglio addosso il microfono, era comunicativo, parlava e leggeva con voce dolce e pacata (ascoltabile qui), e soprattutto sorrideva, sorrideva moltissimo, in modo trasparente, contagioso. Ci è piaciuto veramente tanto: lui, le sue parole, i suoi sorrisi, l'umorismo surreale...
Dave Eggers ha ringraziato tutti e ha detto che era felice di essere lì alla Basilica di Massenzio in una serata con Alessandro Baricco, a hero of mine.
Dave Eggers ha anche detto che sarebbe felice di invitarci tutti quanti a casa sua a San Francisco, se ci capiterà di passare da quelle parti: la casa è piccola, ma se lo chiamiamo ne parlerà con la moglie e ci si può organizzare.
Io sulla cosa di San Francisco, quasi quasi, lo prendo sul serio.

scritto da mela | 23:37 | commenti (19) | commenti (19) [pop-up]
parole, tempi moderni, succede a mela

sabato, 27 maggio 2006
Ritrovamenti

Ritrovare la parola nel giorno del silenzio pre-elettorale. È già qualcosa.
Maggio mi ha travolta attaccandomi da più fronti e tenendomi lontana da me, ma per ora sembra ci sia una tregua.
Tra eventi belli e meno belli, ognuno di questi giorni avrebbe potuto costituire oggetto di un post, ma il problema è trovare lo spazio mentale giusto da ritagliare in mezzo alla vita piena, fatta di troppi giorni, e buone parti di notti, trascorsi via da casa, e in tanti casi via da Roma.
"O vivi, o scrivi", mi ricordava spesso un amico, quando parlavamo di letteratura ma anche semplicemente di blog, ovvero in genere della spinta a scrivere e della difficoltà a dedicarsi ad un'attività solitaria come la scrittura in una vita in cui è sempre così raro fermarsi. Soffermarsi. E ci confessavamo folgorazioni epigrammatiche fissate su pezzi di carta, o su sms scritti e mai spediti, nel corso di viaggi in treno, di passeggiate, di visioni inaspettate. Tutte cose generalmente fatte per perdersi.
[Proprio come mi sono ignobilmente persa, a causa del mio lavoro della domenica, la giornata romana delle Scritture di Strada. Ho saputo però con grande piacere che è andato tutto molto bene e che già si pensa di replicarla prima o poi. E spero davvero di poter essere presente la prossima volta.]
Tutto un flusso di cose in cui l'altra me, quella che legge, che scrive, che suona libera, che guarda fuori pensando, che fa almeno per un po' quello che la rende felice, resta lontana e vagheggiata. Eppure tante volte è l'unica che vorrei essere. Un po' come scrive Michael Cunningham in The Hours:

Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa, e poi dormiamo - è così semplice e ordinario. Pochi saltano dalle finestre o si annegano o prendono pillole; più persone muoiono per un incidente; e la maggior parte di noi, la grande maggioranza, muore divorata lentamente da qualche malattia o, se è molto fortunata, dal tempo stesso. C'è solo questo come consolazione: un'ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora.

Amare la città.
Mi fa venire in mente la campagna elettorale per Alemanno sindaco, con lo slogan Amore per Roma (anzi, x roma nell'url del sito) e i colori non tanto di destra. Sarà riuscito a confondere le idee a qualche romano indeciso?


Ma tanto non voto a Roma, bensì in una città con una campagna elettorale così e volantini così. E comunque volevo parlare del mio, di amore per Roma.
Dopo un mese come quello passato, c'è stato un preciso momento, un giorno, in cui mi sono sentita proprio nella versione serena di me, ed è stato giusto un paio di giorni fa con la mia amica F.: dopo aver pranzato a casa mia, con lentezza e nutrendoci di cibo buono e parole, ci siamo dirette nel centro di Roma praticamente senza meta. E vagando senza meta ci siamo ritrovate.
In uno dei miei negozi preferiti ho preso del sapone all'arancia e mandarino, in un altro del tè verde sfuso al limone e zenzero (che proverò a fare in infusione a freddo: ci vogliono 3-4 ore ma pare venga fuori un tè freddo spettacolare), ma soprattutto abbiamo deciso di infilarci in zone inesplorate, ritrovandoci in vicoli che potrebbero benissimo appartenere a Friburgo o Parigi, scoprendo piccole botteghe artigiane, restauratori di tappeti e soffiatori di palle di vetro natalizie, gallerie d'arte, minuscole librerie, negozietti di pietre e fili per fare collane, e di tazze e teiere a forma di gatto. Tutto era bello, anche ridere dei nostri pochi soldi e prospettive:

F. Se avessi centomila euro mi ci farei centomila viaggi.
Io Ma così sarebbero tutti viaggi da un euro.
F. Allora centomila viaggi sui mezzi pubblici: così sì che conosceremmo Roma!

Dobbiamo farle più spesso queste uscite, anche se meno di centomila volte. Intanto ci siamo promesse un po' di visite alla Basilica di Massenzio per il festival Letterature, dove scrittori vengono a parlare dei loro lavori, e attori ne leggono pagine, mentre musicisti creano il tappeto sonoro per le parole.
La prima volta che ci andai era in programma Daniel Pennac letto da Silvio Orlando: c'era così tanta gente all'ingresso che la fila faceva il giro intorno al Colosseo. Ed è bello vederlo succedere per i libri.
Oddio, il 6 giugno ci andremo anche per Valerio Mastrandrea... Che comunque è una brava persona: recentemente un ragazzo, che ho conosciuto facendo la comparsa per lo spot della 3 e al quale ho detto "ti amo" dopo mezz'ora di conoscenza (perché quando gli ho detto che suono cover "di una cantautrice americana che non conosce nessuno... Ani DiFranco", mi ha detto "Ma come no: Ani DiFranco!" e mi ha praticamente citato tutta la sua discografia), mi ha raccontato che essendo Mastrandrea, come Claudio Amendola, un grande romanista, capita spesso di incontrarlo allo stadio, soprattutto nelle trasferte, dove per i tifosi ospiti non c'è distinzione tra i vip e tutti gli altri. Una volta un ragazzo che se l'è trovato vicino gli ha detto: "A Vale', scusa se te lo dico, ma sinceramente il tuo ultimo film non m'è proprio piaciuto", e Mastrandrea gli ha risposto "Mi dispiace", ha aperto il portafogli e gli ha dato 10 euro.
Pensate: gli ha restituito i soldi del biglietto del cinema. Pensate se dovesse farlo Tom Hanks dopo questo Codice Da Vinci...

All'inizio di quella giornata, la mia amica F. si sentiva insoddisfatta. Diceva che anche Roma, una Roma ormai vissuta solo nelle dimensioni di casa e lavoro, iniziava a starle stretta, proprio come una volta le stava stretta la provincia, e di provare il desiderio di partire per un posto lontano e non tornare più.
Alla fine di quella giornata F. era luminosa. Mentre tornavamo a casa in metro, le dicevo che ero contenta, e che avevo voglia di scrivere qualcosa sul blog dopo tanto tempo. E lei mi ha detto: "Scrivi della tua amica che voleva andare a vedere il mondo e poi ha scoperto un po' del mondo dentro Roma".
Ecco. Questo è per te.

scritto da mela | 19:59 | commenti (13) | commenti (13) [pop-up]
parole, res publica, succede a mela

sabato, 15 aprile 2006
Pitagora Souchi

Che non vuol dire Buona Pasqua in giapponese, ma macchine pitagoriche, e la seconda parola non è altro che un adattamento dall'inglese switch secondo le tipiche convenzioni nipponiche per adattare i prestiti da lingue straniere.
Il giapponese è una lingua bellissima con regole particolari: ad esempio la sua fonologia impone che le sillabe si concludano sempre con una vocale e che le successioni di consonanti siano evitate. Per questo, quando nel lessico viene accolta una parola straniera, i gruppi consonantici vengono separati da vocali, si aggiungono vocali alle sillabe che finiscono in consonante, e si sostituiscono l e v (che in giapponese non esistono) con r e b:

hotto doggu (hot dog)
oosutoraria (australia)
koora (cola)
supagetii (spaghetti)
sumato  (smart)
puroguramu  (program)
sabisu  (service)
karenda  (calendar)
derakkusu  (deluxe)
aisukurimu (ice-cream)
terebijon setto (television set)
makudonaru (Mac Donald)
pasokon (perso[nal] com[puter])
gurufurendo (girlfriend)
shoppingu sentaa (si capisce anche se non scrivo il corrispettivo inglese?)

Con i Pitagora Souchi però è andata fonologicamente abbastanza bene.
Si tratta di apparati complessissimi costruiti per fare cose semplicissime in modo arzigogolato e spettacolare (in inglese vengono anche chiamate "Rube Goldberg machines", dal nome del loro inventore), un po' come nel domino, non quello con le tessere da accostare coi numeri tipo dadi, ma quello con tante tessere colorate che fanno cadere le une le altre, secondo quello che, sorprendentemente, qualcuno ha pensato di chiamare "effetto domino".
(Poi non ho mai capito perché due giochi così diversi portino esattamente lo stesso nome, senza differenziazioni: non so, ad esempio "domino orizzontale" vs. "domino verticale", oppure "domino bianco e nero" vs. "domino colorato". Da piccola giocavo ad entrambi, e ogni volta per distinguerli bisogna rifare tutta la spiegazione delle regole.)
Vabbè, ma si parlava di creazioni pitagoriche.
Ore di lavoro per pochi secondi di magia patafisica. Però che meraviglia.
Con questo video auguro a tutti momenti di stupore pascoliano e di assenza di pensieri. E non solo per questi giorni:

Un grazie a stef, mio prezioso fornitore di notizie serie e facete, e un paio di annotazioni personali:
- la vocina che ripete Pitagora Souchi a ogni scenetta provoca assuefazione;
- la canzoncina che parte al minuto 4:16 mi fa morire! In particolare nelle parti a due voci. E nel punto in cui sembra che dica io io so' conijo: prestito dal romanesco?

scritto da mela | 19:46 | commenti (20) | commenti (20) [pop-up]
parole, notizie

lunedì, 06 marzo 2006
Il peso della cultura

Adoro le borse di cotone o di tela. Quelle in fibra non sbiancata, quelle colorate, di un negozio o una città o un'università, con messaggi sociali o disegni cretini.
Quelle per fare la spesa ecologica, invece di prendere ogni volta nuove buste di plastica (a Roma busta, a Milano sacchetto, con la e rigorosamente aperta, a Bologna sportina, nei negozi che vogliono essere trendy shopper o shopping bag) che poi a casa si accumulano inesorabilmente.
Perché è vero che si possono riutilizzare per i rifiuti (anche immondizia o spazzatura o pattume), ma ci sono periodi in cui col polietilene che accumuliamo in questa casa potremmo anche rivestirla tutta... e non è detto che non possa essere la soluzione per isolarci una buona volta dall'umidità. Inoltre è un materiale praticamente indistruttibile, dunque con un impatto ambientale pesante e da limitare quanto possibile.

I tedeschi sono pieni di borse di tela. Un paio d'anni fa ho passato l'inverno a Friburgo (il paradiso in terra, paradigma dello sviluppo ecologico e sostenibile) e una delle prime cose che ha fatto per me la mia padrona di casa è stata aprire un mobile pieno di queste borse e regalarmene una bella e colorata per iniziare.
 Alla cassa, nei negozi tedeschi, si può scegliere se prendere la borsa di plastica/carta o quella di stoffa: entrambe si pagano, quella di stoffa ovviamente un po' di di più, ma una volta che ce l'hai sei a posto. Poi si finisce spesso per averne più d'una, perché magari i negozi ogni tanto le cambiano, perché fanno delle serie speciali con un nuovo disegno, un nuovo colore o una nuova frase (per esempio ne ho una con una citazione di Goethe).
Le mie preferite sono quelle coi manici abbastanza lunghi per poterle portare in spalla. Un paio di quelle che ho sono così e le uso per la spesa, per i libri e le cose che mi servono per le lezioni, per portare cose a casa degli amici, ecc. ecc.
Poi capitano dei giorni, come oggi, in cui posso solo maledirmi pensando a tutte le mie borse di stoffa in fila in un cassetto dell'armadio che mi fanno ciao ciao coi manici...
Oggi infatti è iniziato il nuovo anno accademico per l'università privata sudamericana in cui insegno inglese la domenica, così sono andata, dall'altra parte di Roma perché son fortunella, all'inaugurazione dell'anno e a reinsediarmi nel mio ruolo di profesora de Inglés.
Del reinsediamento ha fatto parte anche la consegna alla profesora di tutto il materiale didattico e organizzativo necessario per i prossimi mesi. Ovvero, per i corsi di General English III e General English IV:

- textbook x 2
- workbook x 2
- didactic guide x 2
- una cartellina con fogli presenze, calendario, ecc.

Un totale di sei libri più un altro po' di carta per gradire. Tutto quello che hanno potuto darmi per contenere questa roba è stata una busta di carta marroncina, di quelle che si usano per spedire i documenti. Comunque sempre meglio che tenere in braccio 7 cose distinte.
Ma non sono certo corsa a casa col malloppo: prima mi sono concessa una passeggiata in centro per andare in libreria a prendere il romanzo con cui era in atto un corteggiamento da mesi (e oggi me lo sono portato per la prima volta a letto, con grande soddisfazione: passeremo ore stupende insieme), Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer. Non paga, ho preso anche un altro libro in promozione, i cataloghi 2006 dell'Universale Economica Feltrinelli e degli Oscar Mondadori, la rivista di Emergency e altro imprescindibile materiale informativo.
Almeno la libreria mi darà una busta di plastica, ma non so che darei per una bella borsina di tela da portare in spalla...
Cerco allora quella rossa col logo Feltrinelli, un altro vecchio corteggiamento, e sì, avevo deciso di cedere: ma non c'è più. Poi sbircio nel reparto cartoleria - di cui segnalo l'acidulo cartello Il materiale sopra il tavolo è esposto per essere venduto e non per dare sfogo a presunti istinti artistici. - ma sbianco davanti a prezzi come 15€, 21€. Solo perché sopra c'è Mafalda o pecore nere.
Decido stoicamente di tenermi sacchetto di plastica e bustona da lettera.
E dolorini alle braccia giusto per l'ora del tè, per sorseggiarli con calma.
Brava, profesora.

scritto da mela | 01:12 | commenti (10) | commenti (10) [pop-up]
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lunedì, 13 febbraio 2006
Onnipotenza semantica

Avrei voluto solo scrivere un post su una comunicazione che ho tenuto ad un importante convegno (tutto bene) e sulla passeggiata che mi sono regalata al crepuscolo, uscendo dal Goethe Institut per arrivare fino al centro.
Descrivere cosa si vede guardando verso occidente dal colle Quirinale, e il tentativo di resistenza (inutile) al canto delle sirene di Ulisse che proviene dalla Feltrinelli di largo Torre Argentina ogni volta che ci passo davanti da sola, la bellezza di Campo de' Fiori quando non è Campo di Battaglia tra fazioni di bestie notturne che si divertono a lanciarsi bottiglie per trasformarlo in Campo di Vetri: il riflesso delle luci sui sampietrini ancora bagnati per il lavaggio dopo il mercato mattutino (dovrei tornarci di mattina a comprare qualcuna di quelle stupende miscele di spezie), gli artigiani che con pinze e fil di ferro ti creano di tutto, come i miei orecchini a forma di chiave di violino presi proprio lì, la magia di un contrabbasso suonato con i fili per stendere i panni, verdi e gialli, il suo suono ovattato ma allegro.
E nel bus del ritorno, lo strano controllore vestito da Napoleone Bonaparte (ma non era Berlusconi), con cappello rigido e mantello doppiopetto, che ha chiesto il biglietto solo ai due ragazzi dalla pelle più scura.

E invece no. Intanto perché ho ricevuto una mail di spam notevolissima, e non resisto, devo metterla qui per ricordarla per sempre.

Mittente: Herby Chai, per conto della Clarke Thomas Inc.
Oggetto: IMPIEGATI DESIDERATI!

La nostra compagnia ha ricevuto i Suoi dati dal ufficio solido (e beh, avrei voluto vedere l'ufficio liquido) per assunzione della potenza lavorativa (a me il potere!). Pensiamo, che Lei può trovare un po' di tempo e non iscendo dalla casa Sua (no no, sciur padrùn, e chi isce?) diventare un collèga (uomo quindi) della nostra organizzata benissimo (e direi che è già chiaro dal vostro stile) compagnia.

SCOPO: ABBIAMO BISOGNO DI UN DEI (perché la decisione nella vita è tutto) PROGETTI.

Attualmente ci allarghiamo (nun v'allargate troppo però!) ed abbiamo quantita limitata dei posti (e degli accenti), per lavorare con noi non c'e bisogno di avere la spesa da parte di Lei (e ci mancherebbe che vi faccia pure la spesa).

COSA LEI DEVE FARE:

1 Creare a posto un ufficcio ativo (ma sì, doppie libere!) in vigore : Quest’ufficio può essere il Suo luogo di abitare (ah beh). L’unica necessità è: Lei deve avere la possibilità di ricevere la comunicazione per la posta elettronica e per telefono.

2 Fare l’assistenza ai menager (giacché manager è evidentemente singolare) superiori nella realizzazione della spedizione finanziaria dai clienti: ricevere la correspondenza dalla parte di compagnia al Suo indirizzo, rispondere la lettera per posta elettronica, realizzare risposta alle telefonate/aiuto ai clienti (no comment).

IL VANTAGGIO:

Non c’e bisogno di andare al lavoro, siccome Lei è independente e lavora diritto dalla casa Sua (mi piace troppo il possessivo posposto!). Il Suo lavoro è assolutamente legale (l'unica istituzione contraria è l'Accademia della Crusca).
Lei può guadagnare da 3000 fino di 4000 euro dipende dal tempo, quale Lei dedica a questo lavoro (ci credo ciecamente).
Non c’e bisogno di spendere il Suo denaro (neanche quello guadagnato?).
     
DICHIARAZIONE (DEL ASSUNZIONE):

Diamo la garanzia del segreto dei Suoi dati. Nel caso che Suoi dati soddisfanno le nostre chieste (tipo questua), ci colleghiamo con Lei (il nostro amministatore) (però, già promossa ad amministratore!) per prendere una intervista per telefono oppure e- mail.

Per guardare (guardare?) attentamente la Sua dichiarazione, riempi (Fantozzi), prego il quesionazio (penitenziagite) quale si trova giu è (la sagra dell'accento) spediscalo indietro per nostro indirizzo elettronico: ClarkeThomas05@aol.com
Semplicemente coppia (coppia!) questo questionario nella lettera a noi.
(per rispondere a noi).
(che carini, in caso le mie capacità logiche fossero limitate!)

     
Aspettiamo la Sua risposta nei tempi piu corti!

Ovviamente mi sono precipitata a compilare il quesionazio, ma avendo la tv accesa su Che tempo che fa (ehi, ma Stefano Gabbana è simpaticissimo! Non pensavo!), sono stata distratta da Luciana Littizzetto, che per inciso vorrei per Presidente della Repubblica, che mi ha rivelato che Rocco Siffredi ora è testimonial di una pubblicità di patatine. Spot che ho prontamente reperito:

Il testo: Io, di patate, ne ho viste tante... gustose... fragranti...
Non ce la faccio a stare senza, le ho provate tutte: americane, tedesche, olandesi, grandi e piccole, con la sorpresa
(e che ci avrai trovato?).
Le prendevo così, senza tanti complimenti, anche tre alla volta.
Ma nessuna è come questa
(crunch). Fidati di uno che le ha provate tutte:
Amica Chips è la migliore (crunch).

scritto da mela | 00:05 | commenti (15) | commenti (15) [pop-up]
parole, tempi moderni, pubblicità regresso, succede a mela

 

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