sabato, 13 ottobre 2007
Stasera

ani difranco cover night
In occasione del ritorno di Ani DiFranco, domani in Italia dopo 2 anni e mezzo di assenza, io (chitarra photoshoppata nella bellissima locandina di elena) e tutti gli amici musici celebreremo la Santa Vigilia suonando le sue canzoni per tutta la notte al s'agapò, sui Navigli milanesi.
Se qualcuno si trova a passare per Milano stasera, è benvenuto/a alla festa

scritto da mela | 10:02 | commenti (14) | commenti (14) [pop-up]
musica, succede a mela

sabato, 04 agosto 2007
Elaborazione

Avevo lasciato mia madre nella cucina per andare a fare qualcosa in camera, dove mio fratello era seduto al computer. Ad un certo punto sento le chiavi nella porta e in un secondo penso 
a. Noi siamo qui
b. mamma è in cucina
c. quindi è papà che torna dal lavoro
e poi "ah no, ma papà è morto" (era mia madre, scesa a vedere se fosse arrivata posta).
Trovarmi tra le mani cose di cui non conosco origine o uso e pensare "poi lo chiedo a lui" e poi "ah no, ma lui è morto".
Passare vicino al reparto elettrodomestici e pensare "Ah ecco, devo cercare quella centrifuga per la frutta, così prende più vitamine, che lo aiutano" e poi "ma no, è già morto".
L'altra volta arrivando in autobus, "Chissà chi mi viene a prendere, se mio padre o mio fratello" e poi "ah no, papà è morto".
Così scopro e affronto e rielaboro più volte al giorno la peggiore perdita che potessi immaginare. Ma mi sa che non sono tanto brava ad elaborare. Più di due mesi dalla notte in cui la morte è entrata in quella stanza d'ospedale e lo ha indicato, pochi giorni prima della partenza per Roma, per la cura su cui proiettavo tutta la mia speranza. Entrata senza avvisaglie nelle ore precedenti, senza che fossimo assolutamente preparati a lei, col cancro entrato nella nostra vita da 50 giorni, e tanto per essere matematica ed elegante se lo è preso la mattina di Pentecoste (πεντηκοστή "cinquantesimo").
Ma lui l'ha guardata in faccia e forse l'ha riconosciuta, e tutto quello che è successo dopo lo consacra come il mio eroe. Ma lo era già da sempre.
 
Tutto quello che si può immaginare - perché in astratto lo avevo fatto anch'io, negli ultimi anni, pensando ai miei che invecchiavano - sull'eventualità della morte di un genitore, sulle sensazioni, sulle reazioni, è lontano da quello che si prova in realtà. In realtà la mia mente non era in grado di generare questo con precisione. La mente è debole, lo vedo soprattutto ora che mi inganna cento volte al giorno con l'idea della presenza di mio padre ancora tra i vivi. E sì che di solito dimentico facilmente le cose, ma questa deve farsi ricordare in ogni momento. Non mi ci abituerò mai.
Mi guardo allo specchio. C'è uno strato nuovo, di tristezza, che vedo bene. E ai primi capelli bianchi sulle tempie si sono aggiunti i secondi e i terzi et cetera. Penso che lui non mi ha mai vista coi capelli bianchi. Né io lui, il che è più triste. E non mi ha mai vista guidare, e ora ho la patente e sono la proprietaria della sua macchina e della sua assicurazione e mi sembra assurdo.
 
Spesso non ho molta voglia di parlare; ancora meno di scrivere. Soprattutto lo strumento blog era quanto mai lontano. Non sapevo cosa fare con questa pagina: imporre la mia negatività a chi passa qui mi sembrava ingiusto, e a volte ho il timore che "questa è la mia pagina e ci scrivo quello che mi pare" possa diventare una violenza. Del resto qualunque argomento diverso da mio padre mi sembra inutile qui, così i temi di questi due mesi sarebbero stati:
- Vedere morire
- Funerale e alienazione, e con quanta gente si piange
- L'impossibile elaborazione del lutto (hm, diciamo che l'ho scritto)
- Cercare/chiedere segni
- Segni o coincidenze??
- I demoni di mia madre
- Diffusione dei tumori nel litorale molisano e gli occhi bendati (ma su questo scriverò)
- Burocrazia kafkiana
e cose del genere. E con qualcosa bisogna pur ricominciare, quindi intanto scrivo.
C'è una canzone (qui si sente tutta, anche se quel video non c'entra niente eppure ha un suo che) che mi è tornata in mente più volte di questi tempi, la mia prima scoperta di quel Sufjan Stevens scoperto per caso, poi diventato passione nota solo a me e poi ad altri e poi sentito chiamare il nuovo Gershwin e simili. Casimir Pulaski Day è il primo lunedì di marzo, quando l'Illinois ricorda un generale polacco che combatté la rivoluzione americana. E Sufjan ricorda un'altra storia.
Sono in grado di ascoltarla un numero imbarazzante di volte consecutive. È tra gli esempi più belli di canzone triste con accordi maggiori che conosca. Poi la gloria della musica quando finiscono le parole. Ma prima, la grazia del cantato e quel testo fatto di memoria di dettagli, e la difficoltà della perdita anche quando la si dovrebbe prevedere, l'innocenza, la speranza, il dubbio, il dolore, e i segni divini che si schiantano contro una finestra.

 
Fiori di solidago e un ciondolo portafortuna
le cose che ti ho portato quando ho scoperto
che avevi il cancro alle ossa.
Tuo padre ha pianto al telefono
e ha guidato la macchina fino al porto
solo per dimostrare che era dispiaciuto.
 
La mattina attraverso la persiana
quando la luce si è spinta contro la tua scapola
potevo vedere cosa leggevi.
Tutta la gloria del Signore
e le complicazioni di cui potevi fare a meno
quando ti ho baciata sulle labbra.
 
Martedì sera a lezione di Bibbia
abbiamo innalzato le mani e pregato sul tuo corpo
ma non succede mai niente
Ricordo quella volta a casa di Michael
nel salotto quando mi hai baciato sul collo
e io ti ho quasi toccato la camicetta.
 
La mattina in cima alle scale
quando tuo padre ha scoperto cosa avevamo fatto quella notte
e mi hai detto che avevi paura.
Oh la gloria quando sei corsa fuori
con la maglietta rimboccata e le scarpe slacciate
e mi hai detto di non seguirti.
 
Domenica sera mentre pulivo la casa
ho trovato il biglietto su cui lo avevi scritto
con le foto di tua madre.
Sul pavimento, al momento della separazione
con la mia maglietta rimboccata e le scarpe slacciate
sto piangendo nel bagno.
 
Quella mattina quando alla fine te ne vai
e l'infermiera accorre con lo sguardo basso
e un uccellino rosso sbatte contro la finestra.
Quella mattina nella penombra invernale
il primo marzo, nel giorno di vacanza,
mi è parso di vederti respirare.
 
Tutta la gloria del Signore
e le complicazioni quando vedo il suo volto
quella mattina sbattuto contro la finestra.
Tutta la gloria quando Lui ha preso il nostro posto
ma Lui mi ha preso le spalle e Lui mi ha scosso il viso
e Lui prende e Lui prende e Lui prende.

scritto da mela | 02:22 | commenti (38) | commenti (38) [pop-up]
musica, succo di mela

venerdì, 20 aprile 2007
Altre cose

continuano a succedere e il mondo continua a girare e mentre mio padre ha fatto domanda di pensionamento e di invalidità e sta per cominciare la sua battaglia contro il male, è scoppiata una primavera noncurantemente (o appositamente?) colorata e bellissima. La teoria della relatività mi offre ogni giorno nuove e diverse manifestazioni di sé: cose che prima rappresentavano problemi o pensieri ora non esistono nemmeno, cose prima quotidiane o trascurate adesso appaiono preziose. E almeno imparare meglio mi fa sentire meglio.
Giorni fa mi si è spezzata una corda della chitarra, il mi cantino, che insieme al sol cede più facilmente allo strapazzo delle varie accordature non standard cui le costringe la musica che suono più spesso. Ma ho pensato di non rimetterla subito e tenerla un po' come una chitarra tenore, la chitarra a 4 corde con cui sono suonate diverse canzoni di Ani DiFranco, per esempio Hypnotized o Half Assed.
Quella sorta di essenzialità mi asseconda, forse perché ultimamente sento il bisogno di suonare cose con meno note e più silenzi, per lasciare ai pensieri il modo di dilatarsi con calma entro i suoni, piuttosto che essere soffocati da essi.

E in questi giorni, da quando ho appreso la notizia della strage di Cho Seung-Hui al Virginia High Tech, ho in testa un'altra canzone suonata con quelle sole 4 corde e con un testo rappresentativo di quell'altra America, che cerca di incidere sulle coscienze non con le armi ma con la ragione (e per amore della ragione stendo un velo pietoso sulla risposta del governatore della Virginia all'invito di Bush a non portare le armi a scuola: "se anche gli altri studenti avessero avuto le armi, non sarebbero morti come pecore, ma avrebbero opposto resistenza a quel pazzo").
Era giusto il 20 aprile di 8 anni fa quando due studenti di 17 e 18 anni commisero la strage alla Columbine High School, una delle più gravi della storia americana con le sue quindici vittime. Qualche mese dopo, l'album To the Teeth si apriva con questa canzone dallo stesso titolo (ho preferito tradurre il significato e rimandare altrove ai significanti verbali e musicali):

Il sole tramonta su questo secolo
e noi siamo armati fino ai denti
stiamo unendo tutti i nostri sforzi
per abbreviare pietosamente le nostre vite

E studentelli continuano a insegnarci
di cosa si parla quando si parla di armi
confondete pure "libertà" con "artiglieria"
e state a guardare i vostri figli che la realizzano

E ogni anno ormai, puntuale come il Natale,
qualche ragazzino diventa preda di quella depressione suburbana
che l'ha nutrito fin dalla nascita
si serve al primo arsenale a portata di mano
e se ne va in giro a riempire la cronaca nera

E in mezzo a tutto ciò le donne
imparano quel che le povere donne hanno sempre saputo
che il limite è molto più vicino di quanto si pensi
quando gli uomini portano le armi in casa

Ma guarda dov'è il profitto
è lì che troverai la fonte
della grande menzogna che tu e io
conosciamo così bene
e nel tempo che servirà perché questo
desiderio culturale di morte faccia il suo corso
loro si faranno dei bei soldi
e poi andranno tutti all'inferno

Lui l'aveva detto che alla fine tutto si paga
eh sì, Malcolm aveva previsto quest'ondata
e davvero dormiremo per un altro secolo
mentre i ricchi guadagnano sul nostro sangue?

È vero, potrà esserci un po’ da lavorare
per vedere la fine di questo disfacimento
ma secondo il mio umile parere
ecco cosa suggerirei di fare:

aprire il fuoco su Hollywood,
aprire il fuoco su MTV,
aprire il fuoco sulla NBC,
e la CBS e la ABC
aprire il fuoco sulla National Rifle Association
e su tutte le menzogne che ci hanno sempre raccontato,
aprire il fuoco su ogni fabbricante di armi
mentre fa un pompino a qualche senatore repubblicano

E se sento parlare ancora una volta
del diritto di qualunque idiota
ai suoi strumenti di furore
prendo tutti i miei amici
e me ne vado in Canada
dove almeno potremo morire di vecchiaia.

scritto da mela | 19:25 | commenti (22) | commenti (22) [pop-up]
musica, notizie, res publica, succede a mela

lunedì, 02 aprile 2007

No, è che poi viene una sorta di timore a riprendere a scrivere, non sembra, ma più giorni passano e più sento come "Oddio, è quasi un mese dall'ultima volta, e ora che scrivo?".
Eppure in fondo non credo di essere gravata da aspettative, questo blog non ha una linea editoriale, né si pone come un sito d'informazione o di proselitismo o di altro scopo che non sia quello di esprimere me (poi spremere ha la stessa etimologia, e del resto il titolo di questa pagina non è un caso) quando ne sento il bisogno e di ritrovare stralci di me trascorsa quando ricapito sui vecchi post. Anche se alla fine qui, di me, sono solo gocce.

This machine will not communicate
These thoughts and the strain I am under *


E dire che bisogno di scrivere, fissare, ne ho sentito più di una volta in questi giorni. Soprattutto una notte, domenica scorsa, in cui però non dormivo nella mia stanza perché erano qui mio fratello e la sua ragazza, e così il coperchio di questo computer è rimasto chiuso e così i miei pensieri, un po' tappati. Forse meglio.
Nel giro di pochi giorni sono cambiati in modo drastico e irreversibile degli equilibri interni alla casa in cui vivo, prima per uno sfidanzamento storico, con legami così forti e molteplici col resto del gruppo che ora per tutti a parlare con uno dei due sembra quasi di mettersi contro l'altro, ma chiaramente non è così; poi quella sera a cena fuori l'annuncio di una persona con cui in questa casa ho condiviso tantissimo, che tra qualche settimana va via a convivere col ragazzo, e ci manca un po' la terra sotto i piedi. Non perché lei si stia evolvendo, non potevamo augurarle di meglio, ma perché in fondo questo ha fatto sentire noialtri ancora fermi, bloccati. Sì, un po' egoistico. Ma in un senso non cattivo. Ci siamo rimessi nelle macchine, e nella nostra eravamo tre trentenni precari, The Bends dei Radiohead nell'autoradio, le luci di Roma di notte fuori, gli sguardi e i silenzi e le parole per sdrammatizzare, l'imitazione di Fabio Caressa, abbiamo mangiato dagli stessi piatti, abbiamo suonato le nostre canzoni, abbiamo visto i mondiali sulla terrazza, sono stati anni belli, e ho detto che con i Radiohead in sottofondo sembravamo uno di quei film italiani sui trentenni confusi, e G. ha detto "E G. pensò, 'Quando avrò una casa mia?'", e mela pensò anche molte altre cose

All your insides fall to pieces,
you just sit there wishing you could still make love *


e che quella notte avrebbe voluto scrivere pensieri con in mezzo le citazioni di quel disco che ascoltava tanto all'università, insieme a Ok Computer. Li avevo su cassetta. Che tenerezza ora ripensare a quando dopo poche canzoni bisognava cambiar lato. E il nastro che dopo un po' si consumava e si rovinava. Spesso facevo delle operazioni di microchirurgia ricostruttiva sui nastri spezzati, avevo anche una scatolina con pezzettini di ricambio recuperati dalle cassette buttate.

He used to do surgery
For girls in the Eighties
But gravity always wins *


Facevo i viaggi col walkman, delle batterie di ricambio e due o tre cassette le cui canzoni avrei imparato benissimo. Oggi invece mi capita di sentirmi dire il mio melpod da 2GB (3-400 canzoni) è un po' poco.
Mi sono laureata nell'anno di uscita di Amnesiac (ricordo che ogni volta che su mtv davano il video di Pyramid Song mi incantavo a sprofondare nelle immagini e ad analizzare la struttura ritmica, soprattutto prima che entri la batteria, ancora oggi un bell'esercizio di concentrazione su una canzone ipnoticamente bella) e se oggi penso che da un paio di giorni c'è una persona al mondo che si è laureata con me mi viene da ridere.
Il presidente della commissione, che all'inizio mi ha presa per una studentessa, alla fine mi ha fatto i complimenti per professionalità ed equilibrio e mi ha detto che l'università ha fatto un bell'acquisto. C'è però che non so io se ho fatto un bell'acquisto e se sia quello l'ambiente in cui voglio restare. Ultimamente mi vedo all'ultimo anello di un'accademica catena di scaricabarile di varia natura, ed in generale di un ambiente che penalizza le passioni e premia il machiavellismo, che non so se intendo e se sono in grado di sostenere ancora a lungo. È così che mi aspettavo? È così che volevo? Non credo.

Faith, you're driving me away
You do it everyday
You don't mean it
But it hurts like hell *


Il regno delle cose non fatte, sempre molto vasto, è pieno tra l'altro di post non scritti.
Però da quel regno sto tirando via una patente di guida, ebbene sì. Lunedì ho guidato per la prima volta una macchina, quella di mio fratello, che mi ha detto bravissima perché non l'ho fatta mai spegnere, ho messo la seconda e ho guidato tra le colonne del parcheggio deserto delle 22 all'Ikea di Porta di Roma senza andare addosso ad alcuna di esse (anche se in una curva più stretta c'è mancato poco).

Da quando studio per la patente, la strada mi assale con uno strato di semantica in più che prima c'era ma era un mondo parallelo, e ora invece mi impone di interpretare e definire segni orizzontali, verticali, bi-, tridimensionali e su ruote che mi circondano. È incredibile quanto ci sia da definire. Sta diventando un po' faticoso: ormai quando sono in autostrada in autobus (in tedesco per dire andare su un mezzo di trasporto si usa lo stesso verbo per guidare, dunque mentre guido in autostrada, ma quanto sono già avanti?) guardo anche tutti i mezzi cercando di ricordare le definizioni. Così scelgo di chiudere gli occhi e appisolarmi, cosa che ultimamente, a fine giornata di lavoro, mi riesce in modo sempre più frequente ed efficace.
La prossima volta che guiderò con le mie mani e i miei piedi sarà in un luogo più aperto, in un'altra città, con mio padre. Una cosa che ho sempre sognato.
Ora ancora di più.
Mio padre, per più di sessant'anni indistruttibile, che anche quando gli cadde il carico di una gru sulla schiena non si spezzò, che non si ammala mai, da qualche giorno è ufficialmente malato. Si spera non lo sia tanto, ci saranno tempo e controlli per dirlo, ma fa male, e non c'è nulla con cui prendersela.

Blame it on the black star
Blame it on the falling sky
Blame it on the satellite
That beams me home *


Non ricordo chi è che diceva che passiamo i giorni ad aspettare di risolvere tutti i vari piccoli e grandi problemi della quotidianità, dopo di che potremo finalmente iniziare la nostra vera vita, senza renderci conto che la vita è proprio quella quotidianità che aspettiamo che passi.
Certo che l'esempio di programmazione del futuro che ho visto prima di mezzanotte su La7 supera ogni immaginazione: era una pubblicità per presentare un nuovo complesso di case in costruzione in Romagna, un progetto chiamato Mare Domani. L'entusiasta agente immobiliare spiegava che non solo si tratta di bellissime case splendidamente rifinite ecc., ma che sono costruite in una posizione tale che tra una quindicina d'anni, per il previsto innalzamento del livello del mare, la vostra casa in collina si trasformerà in una esclusiva casa sul mare e avrete la vostra spiaggia.
Giuro che ha detto questo.
Con tanto di grafica in sovrimpressione del mare che risale la collina.
Dio voglia che fosse un pesce d'aprile.

Every day, every hour
I wish that I was bullet proof  *

scritto da mela | 03:09 | commenti (17) | commenti (17) [pop-up]
musica, lavoro precario, pubblicità regresso, succo di mela

venerdì, 09 febbraio 2007
Micah P. Hinson

Era rimasto da solo con la sua chitarra, seduto per le strade di Abilene, Texas, a cantare tutte le sue sconfitte: la donna amata, la sua Black Widow bellissima e maledetta, una ex modella tossicodipendente che lo aveva usato per procurarsi narcotici con ricette false e lasciato finire in galera; il ritorno ad un mondo che poi gli aveva fatto trovare solo porte chiuse, da quella della casa dei genitori, troppo delusi, fino alla possibilità di un qualsiasi lavoro; la mancanza di soldi, di vestiti, di cibo; i suoi soli 22 anni ormai segnati da una condanna senza salvezza.
E poi un bel giorno gli Earlies, un gruppo con cui aveva suonato per un po', in un tempo che sembrava ormai appartenere alla vita di un altro, sentono alcuni dei suoi pezzi e decidono che no, quella musica non può restare solo lì sul marciapiede, ed ecco le loro mani che tirano su Micah e lo portano via, ad incidere quei pezzi che diventeranno il suo primo disco, Micah P. Hinson and The Gospel of Progress. Il Vangelo del Progresso sono gli amici che lo hanno tirato via dalla strada. La donna ritratta sulla copertina è proprio la sua Vedova Nera.

Sono passati ormai un paio d'anni abbondanti dai giorni della mia caccia al tesoro per tutta Roma alla ricerca del disco di cui avevo letto recensioni come questa, questa, questa, questa, questa.
Molti negozi ne avevano ordinato - e subito venduto - una sola copia, ma quando finalmente dopo un po' di giri ho conquistato la mia, le orecchie e il cuore potevano solo confermare le belle impressioni già note agli occhi dalla lettura delle recensioni.
Non c'è solo la storia da Cenerentolo, è bella ma non basterebbe. Quello che c'è è lo spirito e la sensibilità veramente folk che questo ragazzo esprime: fare musica sentita e onesta, per guardarsi dentro, mostrare se stessi e raccontarsi attraverso canzoni. La loro costruzione potrebbe apparire talvolta "monotona", con l'introduzione delicata, voce e poche note, poi man mano strati di strumenti che si aggiungono, e finali gloriosi e/o struggenti. Ma non lo è. Dentro c'è verità, vita. E poi, con quella faccia da ragazzino sbarbatello, c'è quella voce incredibile, paragonata a quella di Johnny Cash, di Tom Waits, di Mark Lanegan, la voce profonda, roca, sofferente, di riscatto, di uno che ha visto gli abissi più profondi ed è risalito per raccontarlo.

Ieri sera sono riuscita finalmente a vederlo e sentirlo al Circolo degli Artisti, dove suonano tanti bei gruppi sconosciuti di quelli che piacciono a me.
Il ragazzo sale sul palco con l'aria timida tra l'adolescente e Woody Allen e dice "Buonasera, my name is Micah Paul Hinson and I thank you for being here".
Quei suoi due nomi mi fanno pensare ai poeti romantici britannici, come Samuel Taylor Coleridge o William Butler Yeats, e al fatto che a volte i nomi, da soli, fanno già così tanto.
Con lui solo quest'altro ragazzo, che ben si alternerà tra banjo, chitarra slide e batteria. Texano e dal sorriso timido anche lui.
Micah intanto indossa la sua chitarra con la tracolla cortissima, tenendola stretta, alta, abbracciata come uno scudo. Poi inizia Close your eyes (qui la sua esecuzione a Napoli, 3 giorni prima) e la sua voce trasfigura tutto.
Il concerto scorre rapido, con Micah che parla tra un pezzo e l'altro, fa battute, si rivela molto più simpatico di quanto avrei potuto immaginare. Uno con ricordi come i suoi potrebbe benissimo non dire niente e restare cupo e nessuno gliene farebbe una colpa, e invece dice cose come:

- spero capiate le cose che vi dico. Comunque i texani parlano sempre in modo spaventosamente lento, quindi in realtà il rischio è piuttosto quello di sembrare un ritardato.
- I'm really happy to be back here in Rome, it's a very interesting city. And it must be nice to have the heart of darkness so close: the Vatican (questa me la sono scritta).
- il mio ultimo disco si intitola Micah P. Hinson and The Opera Circuit, quindi si suppone che il mio amico qui sia "The Opera Circuit".
- (prima di You're only lonely, che si può sentire qui) sul disco questo pezzo è suonato da tipo 40 persone: stasera qui ci sono i due migliori di quei 40!
- (Micah non si risparmia, rompe una corda della chitarra e continua, poi alla penultima canzone ne rompe una seconda) facciamo così, il tempo è quasi finito, quindi o vi saluto adesso (si leva un NOOOOOO dal pubblico) oppure vi mettete un po' a parlare tra di voi e io rimetto almeno una corda.

Lo fa e alla fine dell'ultimo pezzo (una Patience gridata, catartica) ci ringrazia:
- voi non potete immaginare cosa significhi per me che veniate qui a sentirmi, che compriate i miei dischi, è una cosa di cui non posso mai smettere di ringraziarvi.

E ripenso al risvolto di copertina del suo primo disco, con parole tra le più toccanti che abbia mai letto sotto la scritta thanks:

[...] thanks to everyone that has helped me in any way: clothes, food, booze, a couch, cigarettes, love, compassion, and understanding. thanks to those who come out to my shows, those who buy my records, and those who have helped me out in my times of need and/or destitution. also, thanks to andrea for all her love, time, and inspiration. and anyone else that has been a part of my life that has lead me here to be able to do what i love most: playing my songs for you.

(da parte mia un grazie al Roscio del forum di Ani e alle sue amiche per la bella compagnia, un mannaggia per lennon81, e a proposito di forum di Ani un grande SLAAAAAAID a tutti!)

scritto da mela | 22:43 | commenti (17) | commenti (17) [pop-up]
musica

martedì, 23 gennaio 2007
Petah Lucia DiFranco

È nata.
La notizia è di oggi: la figlia di Ani DiFranco (e come poteva essere altro che una femminuccia?) è nata sabato 20 gennaio nella casa materna a Buffalo NY, pesa 3,4 chili e mamma e figlia stanno bene. E se sembro un po' zia a fare questi discorsi, sì, mi sento abbastanza zia.
Nel frattempo nessuno sa il perché e il percome o almeno l'esatta pronuncia del nome Petah, che io non avevo mai sentito prima. È un nome indiano americano che nella lingua della tribù Blackfoot vuol dire "aquila d'oro". Un rare bird come quello di cui mamma Ani parla nella mia canzone preferita del suo ultimo album Reprieve, In the margins, come quello che appare sul cd e in diversi punti della sua confezione (nonché accanto ai link della pagina appena segnalata). Ma la canzone non può parlare di Petah, essendo stata scritta già un paio d'anni fa. Comunque.
Ho appreso giusto recentemente di una tradizione, forse non molto nota, riguardante i bambini appena nati, ovvero regalare loro una maglietta della fortuna per buon auspicio.
Allora ecco quella inevitabile per la nuova righteous baby (la casa discografica creata da Ani, un'isola di anticorporativismo, idealismo e indipendenza, si chiama Righteous Babe Records):

Le quattro parole scritte dietro ("contorsionista, balbettatore, ruttatore, freak") riprendono una famosa citazione di Ani, presente in una lettera da lei indirizzata ad un giornale americano femminista, Ms., che nominandola nel 1997 tra le "21 feminists for the 21st century" poneva come suo unico merito i successi e i profitti della RBR. La risposta di Ani a questa scelta termina con queste parole:

Thanks for including me, Ms., really. But just promise me one thing; if I drop dead tomorrow, tell me my grave stone won't read:

    ani d.
    CEO. [amministratore delegato]

Please let it read:

    songwriter
    musicmaker
    storyteller
    freak.

scritto da mela | 23:58 | commenti (12) | commenti (12) [pop-up]
musica, notizie

giovedì, 14 dicembre 2006
Per gli amanti del genere

C'era una volta un gruppo di persone che aveva deciso di mettersi a suonare le canzoni di una piccola folksinger che i fondatori amavano tantissimo. Come nome avevano scelto Origami. Poi col tempo il tempo, l'incostanza, gli impegni, i cambi di formazione, le distanze, le vacanze, i lavori, i pensieri, i fine settimana, le tesi, il caldo, il freddo, hanno messo un po' in difficoltà progettualità e motivazioni origamiche.
Diciamo che nell'ultimo periodo la carica era paragonabile grosso modo a quella di un cane stanco accovacciato in un angolo, lì vicino alla stufa.
Ma è in periodi come questi che la sorte fa arrivare telefonate come "Ehi, verreste giovedì prossimo a suonare qualcosa nell'ambito di serate enologiche?" o qualcosa del genere. E si dice di sì. E si fa una prova sola, 'ché non c'è proprio tempo per fare di più, giusto per staccare ragnatele dal portellone della nostra sala prove e scrostare qualche centimetro di ruggine (questa metaforica, ma le ragnatele no) accumulata su microfoni e amplificatori, e si riscopre che fare quei suoni è così bello, che i pezzi sono ancora freschi, che già che ci siamo ne abbiamo messi su tre nuovi. E finalmente un motivo per rimettere corde nuove alla mia chitarra.
Stasera saremo fondamentalmente in due, io e la cantante, a provare a diffondere un po' il verbo di Ani DiFranco in un centro sociale che ci presenta così:

Origami. cover Ani di franco (acoustic set). Una voce incredibile riproporrà i brani della cantautrice americana accompagnata da un eccezionale set acustico . Un sound gentile...morbido...di una piacevolezza unica...Una formazione particolarissima , assolutamente da non perdere per gli amanti del genere .

Cioè, sembriamo la pubblicità del Glen Grant.

scritto da mela | 00:34 | commenti (19) | commenti (19) [pop-up]
musica, succede a mela

venerdì, 28 luglio 2006
Indovina chi

Ani DiFranco è incinta.
Qualcuno potrebbe dire "E chi è Ani DiFranco?" (...o anche "Ani chi?").
Domanda legittima, croce e delizia per chi ama lei, che si trova ai margini dei circuiti commerciali e ci si trova per scelta ponderata e consapevole.
Questo blog la nomina sempre qua e là, usa titoli delle sue canzoni al posto di "Ultimi commenti", "Archivio", ecc., ma non ha mai osato scrivere IL post su di lei, per una sorta di timore reverenziale. Ma questa notizia richiede almeno il minimo necessario inquadramento storico.


Ani DiFranco è la cantautrice che più amo in assoluto.
È la chitarrista acustica dallo stile più personale (utilizza una pletora di accordature non standard e dai suoni magici), emozionante ed espressivo che conosca, l'ispirazione più spontanea e forte per me ogni volta che prendo in mano la mia chitarra.
È poetessa meditativa e fiera: qui potete sentire la sua voce in Self Evident, testo sull'11 settembre che rivede un po' di parametri usuali di patriottismo.
È un bellissimo esempio incarnato per i concetti di libertà, passione, fragilità che non si nasconde, coerenza, onestà intellettuale, introspezione, impegno sociale, assenza di peli sulla lingua, indipendenza, essere femminista ed essere di sinistra nel modo più nobile possibile.
Tanto per dire alcune cose che penso. E potrei continuare per zilioni di righe a parlare di lei, ma voleva essere solo un quadro generale per contestualizzare un minimo la notizia.

Appena saputo della sua gravidanza ero sorpresa. Certamente contenta per lei che è contenta, solo non avevo pensato le fosse venuto un desiderio di maternità. E non perché Ani nella sua vita abbia anche amato donne, o perché sia sostenitrice del diritto all'aborto, o perché in alcune canzoni o poesie non abbia nascosto di avervi dovuto anche far ricorso, in gioventù.
In una sua poesia diceva:

il mio corpo non mi appartiene
l'ho solo preso in prestito
per il tempo che passa fra
mia mamma e qualche verme

e non fra mia mamma e mio figlio. Ma era molto giovane anche quando scrisse questo.
E allora non so nemmeno io bene perché lo stupore, forse perché ora ha 35 anni e credevo non ci pensasse più, o perché io stessa non ho ancora mai provato un desiderio di maternità - a parte quando giocavo con le bambole, ma immagino non valga - e allora non è così immediato attribuirla a tutti gli altri. Forse perché è anche normale così, in presenza di un fanciullo interiore forte, forse perché è più motivato pensarci in presenza di qualche stabilità in più, di relazione, di abitazione, di finanze, di vita.
Forse perché, da fan, ho un egoistico timore di come il nuovo stato di cose inciderà sul suo lavoro: usciva or ora da un anno di riposo forzato - ovvero niente esibizioni live - a causa di una brutta infiammazione al tunnel carpale del polso destro che le impediva di suonare... Poi ho scoperto che si può vedere un video di lei che lo annuncia, e l'ho vista così dolce ed emozionata. Ma sì, come si fa a non essere contenti per lei? Chissà quante cose nuove starà provando. E allora auguri.

Ma scatta anche una inevitabile curiosità e la domanda: chi è il padre?
Mike Napolitano è il produttore e il tecnico del suono del prossimo imminente album di Ani, nonché di molti altri bei dischi. Ma non ha una faccia. In qualunque modo lo si cerchi in internet, non vengono fuori immagini del misterioso Mike. Solo nomi e copertine di dischi.
Certo, a meno che non sia nascosto tra uno di questi risultati della ricerca:

un giocatore di rugby
football americano














un nerd


















un simpatico amico dei rettili
















un pompiere taglialamiere o un pompiere dalmata

















un giovin podista














      
       un paffuto e rubizzo agente immobiliare


Grazie ad Alessia, Elena e Livio per la serata delirante che ha reso possibile anche questo.

Comunque su un forum americano hanno trovato le risposte che tutto il mondo attendeva: qualcuno ha trovato il myspace (dunque hisspace?) dello sfuggente Mike.
Le foto sono visibili solo agli iscritti con theirownspace: per chi non cede al ricatto dell'iscrizione al servizio, sono state riportate qui in basso.

scritto da mela | 02:52 | commenti (17) | commenti (17) [pop-up]
musica, notizie

lunedì, 24 luglio 2006
Vento d'estate

A Roma di vento d'estate non si sente quasi un refolo, e quando si sente qualcosa sembra sparato direttamente da un phon. Ma sere fa sono stata a vedere un concerto di Niccolò Fabi, nei cortili della città universitaria della Sapienza, dove tra l'altro lui stesso si è laureato in Codicologia, a Lettere (e dove tra qualche mese rischio di insegnare inglese scientifico ad aspiranti infermieri, anche se rischia di essere a titolo gratuito, causa mancanza fondi: quindi praticamente solo per aggiungere un rigo sul curriculum. E mi chiedo: perché?).
Attualmente non direi che Fabi è uno dei miei preferiti, eppure... Eppure mi sono resa conto che conoscevo quasi tutte le canzoni. E che avevo molto suonato e amato alcune di esse. Canzoni come Vento d'estate o Lasciarsi un giorno a Roma hanno ricostruito intorno a me le pareti e le scale della casa dello studente dell'Aquila, quelle sere in cui lo studio andava a farsi benedire e ci si riuniva in tre, dieci o venti sul grande pianerottolo del primo piano a cantare. A suonare la chitarra eravamo io e G., che aveva un modo di pronunciare e cantare la frase

Non ho visto nessuno andare incontro a un calcio in faccia
con la tua calma e indifferenza, sembra quasi che ti piaccia


che ancora mi risuona nella mente tale e quale.
E tutti i lavori di ristrutturazione fatti da allora nel palazzo non possono cancellare da quelle pareti e quelle scale la memoria di vite e di storie e di amori che si sono intrecciati lì... e che meriterebbero un post apposta, anche perché ho scoperto che ora della casa dello studente c'è anche il sito, e come vorrei vedere ora le facce di quelle persone che passano ogni tanto di qui e sanno di cosa si sta parlando.
E poi chi l'avrebbe mai detto che lasciarsi un giorno a Roma sarebbe diventata esperienza e ricordo, in quegli anni in cui a Roma si andava qualche volta per il concerto del Primo Maggio (che all'epoca era ancora un eventone) con gli autobus organizzati dai circoli DS, oppure per le manifestazioni di piazza più importanti.
E chissà se sono ancora tanti quelli che partono per Roma per manifestare? Con l'ascesa del centrosinistra al governo, la voce della piazza si è piuttosto affievolita (ora però protestano le lobby: tassisti, avvocati, farmacisti...). Del resto anche Berlusconi finalmente tace, preso forse dal riconteggio manuale di tutti i voti; Fini e Casini sembrano brancolare nel buio, e i leghisti, dopo la sconfitta del loro referendum (e non ho potuto fare a meno di scansionare la geniale prima pagina del Venerdì di Repubblica della settimana prima del voto, che potete vedere qui accanto) si sono dedicati a nuove ed appassionanti battaglie civili, come la creazione del comitato interparlamentare "Difendiamo la Nutella". E non è una battuta, ma tragica verità.
L'unica voce della piazza che spopola è quella che urla POO PO-PO-PO PO POO POO sulle note di Seven Nation Army, il nuovo inno italiano da quando la nazionale di calcio ha vinto i mondiali. Non ho capito bene perché e quando questo sia accaduto. E, come ha chiesto anche Niccolò Fabi quando una parte del pubblico ha avviato il tormentone: i White Stripes lo sapranno?

Altre voci di piazza non si sentono. Eppure in questi giorni ci sono momenti in cui il silenzio per quello che sta succedendo in Libano diventa assordante: si bombarda un'intera nazione solo per colpire alcuni terroristi. E ovviamente le bombe massacrano civili che non hanno niente a che vedere con Hezbollah.
Un po' come bombardare la Sicilia per sconfiggere la mafia. Che pure durante la sua storia, secondo alcuni, ha fatto più morti di qualsiasi guerra al mondo.
Non so, lo proponiamo a Bush?

scritto da mela | 23:24 | commenti (13) | commenti (13) [pop-up]
musica, notizie, succede a mela

lunedì, 17 luglio 2006
Time has told me

I giorni volano. Il blog langue. Eppure nella mia e altrui vita continuano ad accadere cose importanti tutti i giorni, anche nella prima metà di luglio:

- è morto Syd Barrett (Remember when you were young? You shone like the sun. Shine on, you crazy diamond);
- sta scoppiando una guerra. No, non quella tra Italia e Francia (del resto sapevatelo: a Bagnacavallo, Ravenna, vive la signora Italia Francia) per il pregevole colpo di testa di Zidane su Materazzi; comunque vi segnalo qui la migliore analisi sull'episodio in cui mi sia imbattuta;
- l'Italia ha vinto i mondiali di calcio, sì, ok, bello, però diciamocelo: senza Bruno Pizzul, i suoi golla e i suoi palloni svirgolati e scodellati a centrocampo, non è proprio la stessa cosa... sebbene Marco Civoli durante Italia - Germania (una delle poche partite che non ho seguito col commento della Gialappa's Band) abbia provato a prodursi in ispirate raffinatezze come I fischi del pubblico tedesco ormai sono poesia.

Ma c'è un evento di questa prima metà di luglio che devo fissare per bene, trasferire in un posto meno volatile dei foglietti su cui ho scarabocchiato appunti sghembi nella penombra, e in fondo lo faccio più per me che per il blog. Ma tanto è il mio, quindi posso.
Ho visto un concerto meraviglioso, un evento di quelli che in genere si organizzano negli Stati Uniti o nel Regno Unito, tanto che non sembrava possibile che stesse accadendo in Italia. Ma forse è perché al referendum di fine giugno ha vinto il NO, e allora siamo un po' più Uniti anche noi.
Si chiamava Way to blue. Accadeva domenica 2 luglio a Roma, di sera, lungo un pendio di Villa Pamphilj, su un bel palco dall'acustica perfetta per la musica acustica.
Gli ingredienti della magia: la passione di due ragazzi (Roberto Angelini, chitarrista, e Rodrigo D'Erasmo, violinista: meravigliosi), un giro di telefonate e la proposta di condividere in una notte romana parole e note di Nick Drake.

Io adoro Nick Drake. La chitarra acustica, gli accordi dolcemente malinconici anche quando sono maggiori, l'uso degli archi, la voce confidenziale, una visione che oltrepassava la superficie delle cose, i testi che sembrano carezzarti a fior di pelle e poi invece ti scavano dentro. I 26 anni per sempre.
Sul palco di Villa Pamphilj sono saliti ad omaggiarlo vari rappresentanti della generazione più giovane del cantautorato italiano contemporaneo.
Molti nomi nuovi per me:
Giulio Casale (che mi ricorda un po' Terje Nordgarden) che ha presentato da solo con la sua chitarra Parasite e River Man, da brividi;
Filippo Gatti che ha cantato Pink Moon e Things behind the sun con arrangiamento chitarra e violino;
Cesare Basile con interpretazioni belle e raschianti di Know e Black eyed dog (forse l'ultima canzone scritta da Drake, dove il cane che lo chiama con occhi neri è la morte);
Pinomarino che per portare cose poco conosciute ci ha raccontato una barzelletta attribuita a Nick Drake e ha musicato un testo che era rimasto senza musica ("ci ho pensato io a rovinarlo per sempre");
Marco Parente che ci ha letto dei pensieri scritti durante il viaggio in treno per Roma, come "C'è un uomo in una stanza, che sostiene il carico del mondo, ma che non regge il peso della sua testa".

E anche quelli che conoscevo, e di cui magari temevo un po' l'esibizione, mi sono piaciuti. Sicuramente anche per merito di colui che erano venuti ad omaggiare con tale coinvolgimento ed entusiasmo. Del resto enthusiasmòs vuol dire "avere una divinità dentro di sé", e qualcosa di Drake aleggiava in tutti noi e si sentiva nella delicatezza e nell'emozione con cui ognuno degli artisti introduceva il proprio rapporto con Drake e si accostava alla canzone scelta, da condividere col pubblico.
Ad esempio Simone Cristicchi, su cui si ironizzava da due giorni con i miei amici, arrivando ad ipotizzare che rivisitasse la canzone emulativa su Biagio Antonacci dedicandola a Nick, ha letto invece un estratto di Le provenienze dell'amore di Stefano Pistolini e cantato una Fruit Tree

(flashback al pomeriggio:
conversazione telefonica con l'amico magico / fottuto genio che le azzecca tutte)
a.m.f.g.: Ti immagini? Cristicchi che fa Fruit Tree!
mela: Haha, b
uona questa! Che matto che sei!


in tempo 3/4, un po' jazzata, dal finale intenso. Bravo.
Oppure Lara Martelli, che se la crede e si atteggia abbastanza - per esempio arrotolando moltissimo la r di "Drake", alla Paola Maugeri per intenderci, oppure mostrandosi sempre serissima e incazzata come le fotomodelle - ma ha interpretato Cello Song, una delle mie preferite, e Time of No Reply, con una voce e dei modi che mi ricordavano un po' Suzanne Vega. E quindi non era affatto male.
Niccolò Fabi ormai si configura sempre più come un filosofo lampadato. Chissà perché, per un attimo ho lo strano istinto di togliermi i vestiti, salire sul palco e sedermi accanto a lui alla tastiera. Ma lo lascio tranquillo a suonare Man in a shed. Lo vedo sorridere molto.
E poi Bugo, detto il Beck italiano, che porta Poor boy e Hazey Jane II. Ma tradotte in italiano. Ma tradotte così alla lettera, anche se non sempre, che all'inizio la metrica dei versi sembra tutta stirata e scoordinata rispetto alla musica. La sua voce, poi, dal volume sempre un po' più alto del necessario, la pronuncia un po' sguaiata, contribuiscono all'effetto. Poi piano piano ci faccio l'orecchio... oh, non suona nemmeno tanto male... anzi, sembra quasi qualcosa che conosco... ma che effetto particolare che fanno queste parole...

Fai crescere i capelli a tuo fratello
fai più bella tua sorella
[Hey, take a little while to grow your brother's hair
And now, take a little while to make your sister fair]

...ma sì! Gli manca solo il cappello! Per il resto è Rino Gaetano, spiccicato!
E percepisco una ventata di ottimismo ingenuo/malinconico anni Settanta, quando canta l'ultima frase di Hazey Jane II come

Se le canzoni fossero discorsi, la situazione migliorerebbe.
[If songs were lines in a conversation, the situation would be fine]

P.S.: Tutta la serata è stata accompagnata da bellissime animazioni proiettate su un maxischermo alle spalle del palco, create appositamente in due mesi di lavoro dall'Officina B5: qui si può vedere il video per Day is done, realizzato in plastilina, e sentire la chitarra e la voce di Roberto ed il violino di Rodrigo.

scritto da mela | 03:44 | commenti (12) | commenti (12) [pop-up]
musica, notizie, succede a mela

 

Welcome to:

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Talk to me now

utente anonimo in È stato

Evolve

oggi
--- 2007 ---
--- 2006 ---
--- 2005 ---

Jukebox

d istruzione
lavoro precario
melodrammi
musica
notizie
parole
pubblicità regresso
res publica
succede a mela
succo di mela
tempi moderni

www.flickr.com
This is a Flickr badge showing public photos from succodimela. Make your own badge here.

Here for now

visitato *loading* volte

32 flavors

RSS 2.0 ATOM 0.3 Get Firefox!