Farsi coraggio, fare coraggio, il tempo procede sempre in avanti, un altro anno accademico sta finendo e in questo ho fatto 14 corsi a contratto per 4 università diverse e mi sento un po' stanca, ma forse il buono di essere pagati l'a.a. dopo è che intanto sembra di non aver fatto niente e magari così ci si sente un po' meno stanchi. All'esame di teoria per la patente non è difficile fare zero errori, difficile ora sarà trovare nel mondo reale un incrocio con 5 bracci e ognuno con una macchina in attesa e nessuna segnaletica orizzontale, verticale, semaforica o manuale e vedere che precedenze verranno date (presumibilmente una di queste, intanto da pedona romana confermo la validità del metodo della precedenza ipnotica di cui all'ultimo punto), e comunque ora posso rimuovere dalla memoria tutti i segnali inutili, 'ché come dice un mio amico, "nella vita reale basta saperne 3: stop, divieto d'accesso e senso unico", che sapevo già da prima, ecco. Difficile è partire in salita quando la legge naturale ti vorrebbe giù ma tu ti devi opporre con equilibrio e slancio senza tradire alcuno sforzo e senza singhiozzare di sofferenza, ma questa è più una metafora. Anche terapia sperimentale è una metafora, vuol dire "delle altre terapie conosciute non funziona niente", bisogna tuttavia credere e sperare. E anche quando è l'undicesimo giorno da "vi chiameremo per il ricovero tra una decina di giorni": credere, sperare e convincere gli altri a non cedere, nascondendo intanto i propri cedimenti.
E poi fare cose da vita normale. Ho guidato una macchina tedesca e celeste per una strada provinciale in mezzo al verde, luccicante e silenziosa come nelle pubblicità dove non esiste il traffico: è una bella sensazione, temo di starci prendendo gusto. Domenica tornando dal lavoro della domenica ho visto sulla via Aurelia una Ka usata in vendita, verde bottiglia, e l'ho concupita, l'avrei tanto voluta per me. Ma devo dominare i desideri che non sono alla mia portata, distaccarmi da essi. Che imparino dal serpente Kundalini che dorme arrotolato tra le mie gambe e nemmeno sa quando si risveglierà. Evidentemente i chakra devono attendere. Come molte cose. Mi ha scritto una batterista/percussionista, dopo un anno esatto che siamo senza: mi scrive che è un'accanita fan di Ani e che ha letto ora un annuncio messo mesi fa, e io che mesi fa avrei fatto capriole di gioia a ricevere una mail del genere, ora nemmeno le ho ancora risposto, perché in realtà non riesco a progettare concretamente niente, piuttosto passo il tempo a rigirarmi tra le mani me stessa nelle varie versioni conosciute o immaginate, a cercare di venirne a capo, ragionare su cose successe che non dovevano, quelle non successe che si volevano, gli sbalzi d'umore e i silenzi grigi, effetto collaterale del tentativo di farmi gommosa ed elastica per attutire meglio le mazzate, come quella presa 11 giorni fa al Gemelli, da sola, poi farmi filtro per le cose da riferire al telefono con la voce normale, incoraggiante, e poi riattaccare e piangere scendendo scale e pensare a chi potrei telefonare libera di piangere, ma mentre scarto chi lavora, chi non può rispondere, chi non so cosa stia facendo, chi non mi ha mai sentita così, anche quel momento passa e torno in me, con me, a rigirare me stessa tra le mani e a cercare di venirne a capo. Va bene così, è solo questione di tempi. Poi le persone con cui posso parlare non mancano e per fortuna sanno aspettare che mi passino le fasi asociali. Di questo mi sento spesso in colpa. E poi grata.
Anche i post aspettano il momento in cui qualcosa spinga a scriverli, qui, nella rete in cui a volte ci si impiglia, dietro schermi con cui ci si scherma, di fronte a comunità di estranei. So che a volte ci si chiede se sia utile o legittimo parlare così di sé. Per me lo è, ma forse fa molto il fatto che le 10 persone che mi leggono mi conoscano quasi tutte da prima o ormai di più rispetto al blog, per cui non mi sento fuori luogo. O forse perché nel mio mondo ideale dire e condividere quel che si prova è naturale e fa bene. E poi la memoria scritta serve a supportare quella dei miei neuroni labili: quando tornerò a leggere cosa pensavo, sarà come rivedere fotografie. Del resto fotografare vuol dire "scrivere con la luce", ma i pensieri si catturano meglio in pixel che su pellicola.

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