Un altro post che non so come iniziare. Vorrei scrivere che succede, de-scrivere, di nuovo, qualcosa di me, di questi giorni, per dare forse un ordine alle cose, almeno in forma di righe, ma quello che vorrei scrivere oggi potrebbe sembrare ricerca di compassione, ma non è così, non sono fatta così, ma l'alternativa allo scrivere questo è non scrivere nient'altro qui oppure chiudere i commenti per dimostrare che non lo faccio per i commenti ma per me. Ma una cosa del genere mi sembra così stupida, e ho scritto già troppi ma, e faccio prima a scrivere e basta perché stasera mi sento di farlo.
Sono undici giorni che mio padre è ricoverato in ospedale.
Il giorno più lungo era iniziato il giorno prima, lunedì, quando mi aveva detto per telefono che quello che gli aveva fatto l'ecografia aveva messo i risultati dentro una busta sigillata dicendogli "Questa la porta domattina dal suo medico curante, così le spiega lui".
Cos'è che devi farti spiegare da una persona che ti conosce da una vita?
Che quelle macchie al fegato sono stupidi calcoli?
Quella notte ho contato tutte le ore che scorrevano sull'orologio.
Poi ho preso un autobus e sono andata all'università per chiedere in tedesco ad aspiranti studenti Erasmus perché volessero partire per la Germania e per riempire di numeri le caselle Motivazioni, Lingua, Media. Quando finalmente sono riuscita a liberarmi per telefonare al suo cellulare, ha risposto mia madre.
- Papà adesso non può, è dentro con un dottore, siamo venuti all'ospedale.
- Perché, che gli hanno detto?
Silenzio per un po'. E poi
- Beh mela ora te lo dico, tanto lo dovrai sapere anche tu, sono cose che nella vita succedono, dicono che è
e prima che dicesse cancro ero già avvolta in un bozzolo di ovatta nera.
All'alba del mattino successivo ero sul primo autobus per raggiungerlo, dopo una seconda notte insonne ma almeno breve. Poi dopo averlo visto e abbracciato sono andata a casa e sono finalmente crollata sul letto. Poi alle sette ero di nuovo in ospedale. E la settimana che dicono santa è proseguita così. E poi gli altri giorni. L'ospedale, i controlli, i risultati dei controlli, parlare coi medici, gli sguardi seri coi medici e quelli di forza e speranza con lui, le diagnosi, le metastasi, le ipotesi, le parole nuove da imparare (una cosa che ho sempre amato così tanto, ma queste no), la nuova cartella cancro nei segnalibri del browser, la fragilità di mia madre, le decisioni da prendere, le telefonate da fare, e il primario che vuole parlare con me, e i parenti che vogliono parlare con me, e diventare più adulti di colpo, e affrontare le paure.
Non so se so fare tutte queste cose. E quelle che verranno. Ma mi spetta, e lui lo merita, e anche questa volta ringrazio il cielo che esista mio fratello, che esista una persona che è cresciuta con me e che sa e capisce. Tutto quanto. Oggi è il suo ventottesimo compleanno. Qualche settimana fa mi ha detto di aver visto questa pagina. Ecco, se leggi questo di oggi... ma non serve nemmeno che io lo scriva, il bene che ti voglio. La cosa strana forse è dirtelo qui e in italiano.
E mio padre. Si sente ancora bene (ma non è che sta bene, è che non sta ancora male, mi ha detto un medico l'altro giorno) ma lo aspetta una battaglia durissima. Ne è cosciente però, ha accettato la sua malattia, per quanto grave, e vuole combattere per fermarla, facendo tutto ciò che è possibile fare. Ci dice di stare tranquilli, perché lui in fondo lo è. Io gli trasmetto tutta l'energia positiva di cui sono capace, ma non ha idea di quanta riesca a trasmetterne lui, così fragile e forte in questo momento assurdo.
L'altra sera, uscendo dal reparto, mia zia mi ha detto
- Tu hai un padre meraviglioso.
Lo so.

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