No, è che poi viene una sorta di timore a riprendere a scrivere, non sembra, ma più giorni passano e più sento come "Oddio, è quasi un mese dall'ultima volta, e ora che scrivo?".
Eppure in fondo non credo di essere gravata da aspettative, questo blog non ha una linea editoriale, né si pone come un sito d'informazione o di proselitismo o di altro scopo che non sia quello di esprimere me (poi spremere ha la stessa etimologia, e del resto il titolo di questa pagina non è un caso) quando ne sento il bisogno e di ritrovare stralci di me trascorsa quando ricapito sui vecchi post. Anche se alla fine qui, di me, sono solo gocce.
This machine will not communicate
These thoughts and the strain I am under *
E dire che bisogno di scrivere, fissare, ne ho sentito più di una volta in questi giorni. Soprattutto una notte, domenica scorsa, in cui però non dormivo nella mia stanza perché erano qui mio fratello e la sua ragazza, e così il coperchio di questo computer è rimasto chiuso e così i miei pensieri, un po' tappati. Forse meglio.
Nel giro di pochi giorni sono cambiati in modo drastico e irreversibile degli equilibri interni alla casa in cui vivo, prima per uno sfidanzamento storico, con legami così forti e molteplici col resto del gruppo che ora per tutti a parlare con uno dei due sembra quasi di mettersi contro l'altro, ma chiaramente non è così; poi quella sera a cena fuori l'annuncio di una persona con cui in questa casa ho condiviso tantissimo, che tra qualche settimana va via a convivere col ragazzo, e ci manca un po' la terra sotto i piedi. Non perché lei si stia evolvendo, non potevamo augurarle di meglio, ma perché in fondo questo ha fatto sentire noialtri ancora fermi, bloccati. Sì, un po' egoistico. Ma in un senso non cattivo. Ci siamo rimessi nelle macchine, e nella nostra eravamo tre trentenni precari, The Bends dei Radiohead nell'autoradio, le luci di Roma di notte fuori, gli sguardi e i silenzi e le parole per sdrammatizzare, l'imitazione di Fabio Caressa, abbiamo mangiato dagli stessi piatti, abbiamo suonato le nostre canzoni, abbiamo visto i mondiali sulla terrazza, sono stati anni belli, e ho detto che con i Radiohead in sottofondo sembravamo uno di quei film italiani sui trentenni confusi, e G. ha detto "E G. pensò, 'Quando avrò una casa mia?'", e mela pensò anche molte altre cose
All your insides fall to pieces,
you just sit there wishing you could still make love *
e che quella notte avrebbe voluto scrivere pensieri con in mezzo le citazioni di quel disco che ascoltava tanto all'università, insieme a Ok Computer. Li avevo su cassetta. Che tenerezza ora ripensare a quando dopo poche canzoni bisognava cambiar lato. E il nastro che dopo un po' si consumava e si rovinava. Spesso facevo delle operazioni di microchirurgia ricostruttiva sui nastri spezzati, avevo anche una scatolina con pezzettini di ricambio recuperati dalle cassette buttate.
He used to do surgery
For girls in the Eighties
But gravity always wins *
Facevo i viaggi col walkman, delle batterie di ricambio e due o tre cassette le cui canzoni avrei imparato benissimo. Oggi invece mi capita di sentirmi dire il mio melpod da 2GB (3-400 canzoni) è un po' poco.
Mi sono laureata nell'anno di uscita di Amnesiac (ricordo che ogni volta che su mtv davano il video di Pyramid Song mi incantavo a sprofondare nelle immagini e ad analizzare la struttura ritmica, soprattutto prima che entri la batteria, ancora oggi un bell'esercizio di concentrazione su una canzone ipnoticamente bella) e se oggi penso che da un paio di giorni c'è una persona al mondo che si è laureata con me mi viene da ridere.
Il presidente della commissione, che all'inizio mi ha presa per una studentessa, alla fine mi ha fatto i complimenti per professionalità ed equilibrio e mi ha detto che l'università ha fatto un bell'acquisto. C'è però che non so io se ho fatto un bell'acquisto e se sia quello l'ambiente in cui voglio restare. Ultimamente mi vedo all'ultimo anello di un'accademica catena di scaricabarile di varia natura, ed in generale di un ambiente che penalizza le passioni e premia il machiavellismo, che non so se intendo e se sono in grado di sostenere ancora a lungo. È così che mi aspettavo? È così che volevo? Non credo.
Faith, you're driving me away
You do it everyday
You don't mean it
But it hurts like hell *
Il regno delle cose non fatte, sempre molto vasto, è pieno tra l'altro di post non scritti.
Però da quel regno sto tirando via una patente di guida, ebbene sì. Lunedì ho guidato per la prima volta una macchina, quella di mio fratello, che mi ha detto bravissima perché non l'ho fatta mai spegnere, ho messo la seconda e ho guidato tra le colonne del parcheggio deserto delle 22 all'Ikea di Porta di Roma senza andare addosso ad alcuna di esse (anche se in una curva più stretta c'è mancato poco).
Da quando studio per la patente, la strada mi assale con uno strato di semantica in più che prima c'era ma era un mondo parallelo, e ora invece mi impone di interpretare e definire segni orizzontali, verticali, bi-, tridimensionali e su ruote che mi circondano. È incredibile quanto ci sia da definire. Sta diventando un po' faticoso: ormai quando sono in autostrada in autobus (in tedesco per dire andare su un mezzo di trasporto si usa lo stesso verbo per guidare, dunque mentre guido in autostrada, ma quanto sono già avanti?) guardo anche tutti i mezzi cercando di ricordare le definizioni. Così scelgo di chiudere gli occhi e appisolarmi, cosa che ultimamente, a fine giornata di lavoro, mi riesce in modo sempre più frequente ed efficace.
La prossima volta che guiderò con le mie mani e i miei piedi sarà in un luogo più aperto, in un'altra città, con mio padre. Una cosa che ho sempre sognato.
Ora ancora di più.
Mio padre, per più di sessant'anni indistruttibile, che anche quando gli cadde il carico di una gru sulla schiena non si spezzò, che non si ammala mai, da qualche giorno è ufficialmente malato. Si spera non lo sia tanto, ci saranno tempo e controlli per dirlo, ma fa male, e non c'è nulla con cui prendersela.
Blame it on the black star
Blame it on the falling sky
Blame it on the satellite
That beams me home *
Non ricordo chi è che diceva che passiamo i giorni ad aspettare di risolvere tutti i vari piccoli e grandi problemi della quotidianità, dopo di che potremo finalmente iniziare la nostra vera vita, senza renderci conto che la vita è proprio quella quotidianità che aspettiamo che passi.
Certo che l'esempio di programmazione del futuro che ho visto prima di mezzanotte su La7 supera ogni immaginazione: era una pubblicità per presentare un nuovo complesso di case in costruzione in Romagna, un progetto chiamato Mare Domani. L'entusiasta agente immobiliare spiegava che non solo si tratta di bellissime case splendidamente rifinite ecc., ma che sono costruite in una posizione tale che tra una quindicina d'anni, per il previsto innalzamento del livello del mare, la vostra casa in collina si trasformerà in una esclusiva casa sul mare e avrete la vostra spiaggia.
Giuro che ha detto questo.
Con tanto di grafica in sovrimpressione del mare che risale la collina.
Dio voglia che fosse un pesce d'aprile.
Every day, every hour
I wish that I was bullet proof *

d istruzione
lavoro precario
melodrammi
musica
notizie
parole
pubblicità regresso
res publica
succede a mela
succo di mela
tempi moderni
a day in the life
albatros
BADhOLE Video
bbbk/makdaralo
Bloghdad
brulé
buba
buZZica
cinas
dragonfly
ecoblog
eriadan
evolvingdodo
giangi
giorgi
googoogoojoob
inkiostro
InkSpinster
lavi
melusina
pitagoraswitch
PostSecret
rapida
vnnvvvn
www.anidifranco.it
visitato *loading* volte