Avevo lasciato mia madre nella cucina per andare a fare qualcosa in camera, dove mio fratello era seduto al computer. Ad un certo punto sento le chiavi nella porta e in un secondo penso
a. Noi siamo qui
b. mamma è in cucina
c. quindi è papà che torna dal lavoro
e poi "ah no, ma papà è morto" (era mia madre, scesa a vedere se fosse arrivata posta).
Trovarmi tra le mani cose di cui non conosco origine o uso e pensare "poi lo chiedo a lui" e poi "ah no, ma lui è morto".
Passare vicino al reparto elettrodomestici e pensare "Ah ecco, devo cercare quella centrifuga per la frutta, così prende più vitamine, che lo aiutano" e poi "ma no, è già morto".
L'altra volta arrivando in autobus, "Chissà chi mi viene a prendere, se mio padre o mio fratello" e poi "ah no, papà è morto".
Così scopro e affronto e rielaboro più volte al giorno la peggiore perdita che potessi immaginare. Ma mi sa che non sono tanto brava ad elaborare. Più di due mesi dalla notte in cui la morte è entrata in quella stanza d'ospedale e lo ha indicato, pochi giorni prima della partenza per Roma, per la cura su cui proiettavo tutta la mia speranza. Entrata senza avvisaglie nelle ore precedenti, senza che fossimo assolutamente preparati a lei, col cancro entrato nella nostra vita da 50 giorni, e tanto per essere matematica ed elegante se lo è preso la mattina di Pentecoste (πεντηκοστή "cinquantesimo").
Ma lui l'ha guardata in faccia e forse l'ha riconosciuta, e tutto quello che è successo dopo lo consacra come il mio eroe. Ma lo era già da sempre.
Tutto quello che si può immaginare - perché in astratto lo avevo fatto anch'io, negli ultimi anni, pensando ai miei che invecchiavano - sull'eventualità della morte di un genitore, sulle sensazioni, sulle reazioni, è lontano da quello che si prova in realtà. In realtà la mia mente non era in grado di generare questo con precisione. La mente è debole, lo vedo soprattutto ora che mi inganna cento volte al giorno con l'idea della presenza di mio padre ancora tra i vivi. E sì che di solito dimentico facilmente le cose, ma questa deve farsi ricordare in ogni momento. Non mi ci abituerò mai.
Mi guardo allo specchio. C'è uno strato nuovo, di tristezza, che vedo bene. E ai primi capelli bianchi sulle tempie si sono aggiunti i secondi e i terzi et cetera. Penso che lui non mi ha mai vista coi capelli bianchi. Né io lui, il che è più triste. E non mi ha mai vista guidare, e ora ho la patente e sono la proprietaria della sua macchina e della sua assicurazione e mi sembra assurdo.
Spesso non ho molta voglia di parlare; ancora meno di scrivere. Soprattutto lo strumento blog era quanto mai lontano. Non sapevo cosa fare con questa pagina: imporre la mia negatività a chi passa qui mi sembrava ingiusto, e a volte ho il timore che "questa è la mia pagina e ci scrivo quello che mi pare" possa diventare una violenza. Del resto qualunque argomento diverso da mio padre mi sembra inutile qui, così i temi di questi due mesi sarebbero stati:
- Vedere morire
- Funerale e alienazione, e con quanta gente si piange
- L'impossibile elaborazione del lutto (hm, diciamo che l'ho scritto)
- Cercare/chiedere segni
- Segni o coincidenze??
- I demoni di mia madre
- Diffusione dei tumori nel litorale molisano e gli occhi bendati (ma su questo scriverò)
- Burocrazia kafkiana
e cose del genere. E con qualcosa bisogna pur ricominciare, quindi intanto scrivo.
C'è una canzone (qui si sente tutta, anche se quel video non c'entra niente eppure ha un suo che) che mi è tornata in mente più volte di questi tempi, la mia prima scoperta di quel Sufjan Stevens scoperto per caso, poi diventato passione nota solo a me e poi ad altri e poi sentito chiamare il nuovo Gershwin e simili. Casimir Pulaski Day è il primo lunedì di marzo, quando l'Illinois ricorda un generale polacco che combatté la rivoluzione americana. E Sufjan ricorda un'altra storia.
Sono in grado di ascoltarla un numero imbarazzante di volte consecutive. È tra gli esempi più belli di canzone triste con accordi maggiori che conosca. Poi la gloria della musica quando finiscono le parole. Ma prima, la grazia del cantato e quel testo fatto di memoria di dettagli, e la difficoltà della perdita anche quando la si dovrebbe prevedere, l'innocenza, la speranza, il dubbio, il dolore, e i segni divini che si schiantano contro una finestra.
Fiori di solidago e un ciondolo portafortuna
le cose che ti ho portato quando ho scoperto
che avevi il cancro alle ossa.
Tuo padre ha pianto al telefono
e ha guidato la macchina fino al porto
solo per dimostrare che era dispiaciuto.
La mattina attraverso la persiana
quando la luce si è spinta contro la tua scapola
potevo vedere cosa leggevi.
Tutta la gloria del Signore
e le complicazioni di cui potevi fare a meno
quando ti ho baciata sulle labbra.
Martedì sera a lezione di Bibbia
abbiamo innalzato le mani e pregato sul tuo corpo
ma non succede mai niente
Ricordo quella volta a casa di Michael
nel salotto quando mi hai baciato sul collo
e io ti ho quasi toccato la camicetta.
La mattina in cima alle scale
quando tuo padre ha scoperto cosa avevamo fatto quella notte
e mi hai detto che avevi paura.
Oh la gloria quando sei corsa fuori
con la maglietta rimboccata e le scarpe slacciate
e mi hai detto di non seguirti.
Domenica sera mentre pulivo la casa
ho trovato il biglietto su cui lo avevi scritto
con le foto di tua madre.
Sul pavimento, al momento della separazione
con la mia maglietta rimboccata e le scarpe slacciate
sto piangendo nel bagno.
Quella mattina quando alla fine te ne vai
e l'infermiera accorre con lo sguardo basso
e un uccellino rosso sbatte contro la finestra.
Quella mattina nella penombra invernale
il primo marzo, nel giorno di vacanza,
mi è parso di vederti respirare.
Tutta la gloria del Signore
e le complicazioni quando vedo il suo volto
quella mattina sbattuto contro la finestra.
Tutta la gloria quando Lui ha preso il nostro posto
ma Lui mi ha preso le spalle e Lui mi ha scosso il viso
e Lui prende e Lui prende e Lui prende.
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