Giorni sempre pieni, anche più del solito. Ma sicuramente non c'è staticità e questo è positivo, qualche ciclo si chiude (ho concluso uno dei miei corsi e ricevuto un applauso di ringraziamento, un invito a cena, sorrisi), altri si aprono, ho avuto per qualche giorno a casa un'amica che vedo così poco, eppure ogni volta ci sono le frasi dette insieme, i pensieri e le decisioni in armonia senza bisogno di negoziazioni, i momenti di magia che si generano intorno a noi, l'energia positiva che si spande attorno e dentro.
Questa volta, poi, con lei ho conosciuto una persona bellissima, una zia australiana (sì, come Andrew, quella strana volta): per lei è stata la seconda visita a Roma dopo 35 anni dalla prima occasione, per me una presenza e un'esperienza inattese e ricevute come un raggio di sole da una finestra.
Avete presente Harold e Maude?
Se non avete ancora visto questa storia sull'incontro tra un vecchio di 18 anni e una ragazza di 80, fatelo. Poi tornate a leggere questo post, ok?
Fatto?
Ok, non potrei definire me come una giovane annoiata da una vita che non le appartiene e che passa il tempo ad inscenare suicidi e guardare funerali, al limite talvolta sono stropicciata dagli eventi, e in questo periodo lo sono più che in altri, ma posso certamente definire la mia Maude di questi giorni come un esempio incarnato di positività, semplicità, saggezza, amore per la bellezza delle cose. Uno sguardo più profondo, in grado di trasmettere in così poco tempo così tante cose illuminanti sulla vita, sulla libertà, sulle casualità che spesso non lo sono, sul diritto/dovere di inseguire i propri sogni, ascoltarsi, guardarsi dentro.
Il nome della mia Maude è Moya, un nome di origine irlandese come i suoi antenati poi partiti per l'Australia, ma che per caso nella lingua di mia madre (che pur non è la mia madrelingua) vuol dire "mia", un bel nome per una luce guida.
Ma prima che questo post trasudi melassa, chiudiamo almeno con un link a YouTube, che fa sempre molto blogger trendy e al passo coi tempi: il trailer di Harold e Maude in cui si può anche sentire uno dei brani della bella colonna sonora, che è tutta di Cat Stevens.
E anche un link di servizio per tutti quelli che arrivano qui cercando su Google il misterioso funzionamento dei sacchetti scaldamani ecologici. Del resto, nell'ultimo servizio che ho visto al tg su quelli che sopravvivono facendo il mio lavoro, siamo stati chiamati lavoratori della conoscenza. E allora faccio un piccolo straordinario qui.
Ah, e mettiamoci anche un grazie a Splinder in eterna manutenzione della piattaforma, che mi fa pubblicare questo post con un giorno di ritardo e di corsa prima di scappare a prendere l'ennesimo treno.
La prima volta che presi l'aereo notai questo lago perfettamente rotondo, a breve distanza da Roma. Mi sa che lo vidi in fase di atterraggio, attraversando le nuvole e attendendo di concentrarmi di lì a poco sul riconoscimento del Colosseo dal cielo, una visione di cui ho avuto resoconti estasiati.
A volte capita che il lago di Bracciano sia chiamato lago di Trevignano, ma è solo il nome di un altro dei comuni sorti sulle sue sponde. Come anche Anguillara, dove l'anno scorso mi sono imbattuta in Orietta Berti durante il soundcheck di "Finché la barca va" per la notte bianca anguillarina
[no, allora, parentesi: mi sembrava che il palco di Orietta fosse in una zona che definirei un porto, ma non sono sicura che Anguillara abbia un porto, così ho cercato anguillara e porto in Google, e cosa scopro finendo su questa pagina? Che hanno fatto una Wikipedia integralmente in napoletano! 'A nciclopedia lìbbera]
Insomma, tra Orietta Berti e la sagra del pesce, nei comuni del lago si vive una vita semplice, lontana dagli eccessi della metropoli.
Da un paio di mesi ormai tengo tre corsi di inglese scientifico nella sede (a dir poco) distaccata della Sapienza che si trova a Bracciano. Ricordo che il primo giorno chiesi alla stazione, al bar della stazione, alla farmacia, al tabaccaio, a diversi passanti e ad un'agenzia immobiliare dove si trovasse la sede del corso di scienze infermieristiche dell'università. Mi guardavano tutti con faccia da "Ma che, sei matta? L'università qui? Mai saputo né visto niente!" e dicevano con la bocca la stessa cosa della faccia (tranne "Ma che, sei matta?", per gentilezza). Poi un operaio asfaltatore, in un altro bar, ha avuto un'illuminazione sulla via giusta in cui indirizzarmi. Perché alla fine Bracciano è piccolina. La via principale del centro viene interrotta ogni mezz'ora dal passaggio a livello per far passare il treno Roma-Viterbo e viceversa, e quando si scende dal treno si attraversano i (due) binari a piedi, perché la stazione non ha il sottopassaggio. Appoggiare i piedi sul binario è bellissimo.
Ecco, a Bracciano si vive una vita fatta di cose semplici.
Ci sono stati dei giorni in cui avevo anche tre o quattro ore libere tra una lezione e l'altra (inutile tornare a Roma: ci vuole un'ora e un quarto di treno) e mi mettevo a leggere sulle panchine assolate della piazza del municipio, distraendomi ogni tanto a guardare le torri del castello Odescalchi, i bambini in piazza che giocavano con la fontanella o correvano in tondo (ma com'è possibile che un bambino che corre non si stanchi mai?), cani giulivi, talvolta gatti guardinghi, le badanti dell'est dallo sguardo malinconico e fiero che portavano vecchiette a prendere un po' d'aria, i signori col giornale, giovani mamme con pupi in carrozzella che mi facevano ciao ciao con la manina. I negozi piccoli, tutti che si conoscono, una vita così tranquilla. In fondo mi sono affezionata all'atmosfera braccianese, è il mio paesino da gita fuori porta quasi tutti i giorni e mi fa leggere un paio di libri alla settimana per abbreviare le ore in treno.
Poi un bel giorno viene fuori che Tom Cruise ha deciso di sposarsi proprio al castello di Bracciano.
Apriti cielo. I giornali strombazzano da giorni notizie del genere:
Bracciano intanto è pronta ad accogliere l'evento: ha schierato 50 vigili urbani, transennato la zona interessata - chiamata ormai "zona rossa" - che resterà chiusa per 17 ore, che vuol dire che tornerà praticabile alle 19 di domenica. Sono infatti attesi circa 40mila curiosi, 120 fotografi accreditati, 200 giornalisti, 250 invitati. Mentre la città si prepara al lieto evento con le finestre che si affacciano sulla piazza centrale affittate per cifre che oscillano tra i 100 e i 2500 euro, i negozi del centro che hanno dipinto sulle vetrine scritte augurali sfoggiando souvenir creati ad hoc con tanto di foto della coppia incastonate in posacenere e candelabri.
Allora. Oggi ero lì fino alle 19 e ok, non ero esattamente nella zona del castello, ma comunque in centro, e non ho visto Bracciano sotto assedio né le vetrine con gli altarini né tutto questo caos. Solo un cartello giallo all'ingresso di una strada che porta in centro, con la scritta "18/11 Strada per il centro chiusa".
Ad ogni modo domani, giorno delle nozze, ho lezione dalle 11 alle 14 nella città assediata. Riuscirò a raggiungere l'aula, attraversando quarantamila persone che affollano la strada? Dovrò chiamare un elicottero per lasciare il paese?
Potrebbe essere un'idea. Magari è la volta giusta che tornando a Roma io possa vedere il Colosseo dal cielo. Dall'aereo non ci sono ancora riuscita.
Sgranocchiarmi un pacchetto sano (e quando lo si dice a Roma, l'aggettivo non vuol dire "salutare") di rice crackers mentre guardo Dr. House - Medical Division e dunque sono distratta sui miei consumi.
In questo momento ho lo stomaco attorcigliato su se stesso come uno straccio strizzato e non riesco a stare con la schiena dritta.
Vediamo se autocondannandomi qui, scrivendolo blu su celeste (sì, queste scritte sono in blu, non in nero: a prima vista può non sembrare, ho fatto caso che si nota di più mentre le si fa scorrere, un po' come le stelle meno luminose che si vedono meglio allontanando leggermente lo sguardo da esse, per evitare che la loro immagine cada proprio nel punto cieco della retina... c'entra niente ora, la reminiscenza ottico-astronomica, ma mi era venuta in mente e poi mi distrae dai crampi), riesco a farlo fungere da monito per il futuro.
Giusto a metà novembre di cinque anni fa, il 15 novembre dell'Anno del Signore 2001, era il giorno della mia laurea.
Avevo 24 anni e un mese e mezzo, un solido fidanzamento con prospettive matrimoniali e il mio corso di laurea, con 19 annualità di insegnamento corrispondenti ad altrettanti esami (possono sembrare pochi, ma mai scorderò il programma di Inglese III: 23 libri tra testi letterari e di critica e di storia), si chiamava Lingue e Letterature Straniere.
Giusto cinque anni dopo, circa a metà novembre 2006, ho 29 anni e un mese e mezzo, sono single senza prospettive e docente co.co.co. (con contratti in ore) anche nella mia ex università, per alcuni dei 3000 moduli che concorrono a far totalizzare i 70000 crediti necessari a concludere corsi di laurea che si chiamano Culture per la comunicazione, Lingue e culture moderne e Mediazione linguistica e comunicazione interculturale.
E da ieri ho una
tesista,
una ragazza che ha scelto di laurearsi con me nella mia materia.
Questo mi lusinga, ma.
Quindi sarei una relatrice.
Quando non sono nemmeno sicura di sentirmi ventinovenne.
O "Professoressa".
Mi sembra che tutto mi succeda quando non mi sento pronta.
Aiuto.
Una torna a casa da una giornata trascorsa tra viaggi e lavoro, con in sottofondo nella mente un fruscio di schede elettorali aperte e conteggiate, speranzosa nel vantaggio di un candidato giovane e motivato rispetto ad uno che nel tempo di un mandato non ha combinato nulla di degno di menzione, e che qualche anno fa è passato dalla Margherita a Forza Italia con la leggiadria di un pensiero opportunista (e beh, perché è importante avere ideali coerenti, no?), e cosa trova appena accende il computer?
Prima una laconica mail: "Mellin hai visto i risultati delle votazioni in Molise?" (Mellin è il mio soprannome dei tempi dell'università. Adottato dagli amici di quegli anni ma coniato da un'impiegata dell'agenzia del diritto allo studio aquilana, autrice anche della pregevole lampajour sulla comodina, della bolletta gastronomica de ju telefono e di altre perle che al momento non ricordo). E già un sospetto s'insinua.
Poi, sui vari siti di notizie, la notizia che proprio Michele Iorio, la banderuola inconcludente, è in via di riconferma. Ecco.
Prima di fare la banderuola al vento, Iorio era un democristiano.
E la verità è che il Molise è una regione democristiana dentro.
Inutile accendere i riflettori nazionali su una regione che in tutto conta gli iscritti alle liste elettorali (327mila, compresi residenti fuori regione e nazione) che può contare un solo quartiere di Roma, credendo di leggere un'elezione locale come un test sul clima politico nazionale. In realtà sembra proprio che non ci sia molto da testare. C'è solo una costante endemica di pigro conservatorismo e/o inerzia che si conferma di volta in volta.
Oltretutto venerdì, nelle ultime ore precedenti il silenzio pre-elettorale, mi erano anche giunti dei simpatici sms da mittenti cui non ricordo di aver dato il mio numero:
Spero vivamente che la Vostra scelta premi un Vostro cittadino serio e onesto come voi: "Alla regione con AN, alla regione con Michele Pretorino"
IL 5 e 6 NOVEMBRE tu che fai? IO VOTO FORZA ITALIA IO VOTO MOLINARO Umiltà Impegno Servizio per il Molise che Avanza!
Speravo che quelle parole ampollose, l'urticante abuso della forma slogan e quello sperpero irrispettoso di maiuscole potessero avere la fine che meritano.
Ma evidentemente non è ancora tempo.
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