martedì, 31 ottobre 2006
Sannioween

I molisani, abitanti della regione forse meno conosciuta d'Italia, hanno un forte senso dell'identità.
È per quello che nel 1963 trasformarono in singolare gli Abruzzi e che qualche annetto prima, nel 321 a.C. quando si chiamavano ancora Sanniti, furono la popolazione italica che diede più filo da torcere alla nascente Repubblica Romana e l'unica a riuscire ad infliggerle una sconfitta bruciante come quella delle Forche Caudine: alcuni soldati sanniti, travestiti da pastori, indicarono all'esercito romano in marcia verso il Sannio una strada che conduceva in una stretta gola montuosa. Giunti nel luogo chiamato Caudio, i romani capirono di essere in trappola: tronchi e massi davanti a loro, l'esercito sannita dietro a chiudere ogni via di fuga. E la storia, per una volta, non si conclude con una carneficina ma con un'azione dimostrativa non violenta: ogni soldato romano dovette uscire ignudo passando sotto un arco di lance e risate sannite. Oltre all'onore e alle braghe, i sanniti presero loro anche la cavalleria.
Certo, alla fine anche le trentennali guerre sannitiche, come tutte le altre, furono vinte dalla potenza romana destinata a diventare un impero, però la ribellione dei piccoli restò nel mito.

Oggi i sanniti dell'associazione dei romani di origine molisana "Forche Caudine" (vedete che alla fine si torna amici?) si oppongono ad un altro impero imposto: quello dell'omologazione culturale acritica al modello americano, che in questi giorni si manifesta in tutta la sua virulenza e incoerenza storica con le varie manifestazioni organizzate in giro per la notte di Halloween - oltretutto di origine celtica, quindi europea, ma purtroppo i riti diventati di moda non sono più quelli del All Hallow's Eve originario.
La ribellione italica è la controfesta "Safinim" (l'antico nome del Sannio), anche "Halloween? No grazie", con gastronomia molisana offerta ai passanti in zona San Giovanni. Provo ad essere passante anch'io tra poco, se il traffico dei festanti dei vari party in maschera della capitale renderà possibile arrivarci.
Si vedrà anche più rispetto per le zucche?

scritto da mela | 22:07 | commenti (9) | commenti (9) [pop-up]
notizie, tempi moderni

domenica, 29 ottobre 2006
Flessibilità

Forse dovrei mettere come sottotitolo a questo blog qualcosa come "Un blog precario", "Pubblicazione aperiodica", "Blog a contratto", visto che in queste settimane non riesco quasi più a fare niente che non sia lavorare, viaggiare per lavoro e prepararmi per il lavoro.
I lavori, anzi, giacché con contratti di insegnamento di 12, 16, 20, 30 ore bisogna cercare di totalizzarne il maggior numero possibile: una raccolta punti col sostentamento come premio. Ci sono poi i punti bonus dei vari lavori e lavoretti da libero professionista o da disperata che cerco di aggiungere dove ho degli spazi (talvolta cercando di infilarli anche in spazi già occupati, 'ché non si butta via niente): traduttrice freelance, comparsa, birraia, accoglienza al ristorante, hostess a convegni di medicina, le serate a suonare nei locali quando ci si riesce.
Del resto coi soli lavori "ufficiali" dovrei campare di promesse (ma sto vedendo se riesco ad usarle per pagare le bollette): infatti i contratti universitari vengono pagati dopo la fine dell'anno accademico in cui si è svolto il corso. Così pare che per la fine di questo mese dovrebbe partire il pagamento per un corso di traduzione che ho tenuto a ottobre/novembre 2005. L'impiegato dell'ufficio stipendi mi indica il monitor tutto contento: "Sì sì, eccolo. Qui risulta che il mandato di pagamento è quasi pronto: 1000 euro lordi, netti 740". Ah, evviva. Certo, per questo ricco stipendio mi pare giusto versare un ricco quarto in tasse. Serviranno per la mia ricca pensione da reddito di 3-4000 euro l'anno (quando va bene).

Attualmente lavoro tutti i giorni della settimana, dal lunedì alla domenica, insegnando cose diverse in tre università diverse (per una quarta ho già finito le mie 20 ore nella prima settimana di ottobre) di cui una a Roma e altre due fuori, ad un'ora e mezza circa di viaggio.
Poi per carità: dico sempre che è meglio avere tante cose da fare che nessuna. E poi non sarà così per tutta la vita, ma fino a gennaio, perché tutti questi corsi sono capitati nel primo semestre. E poi ho finito il dottorato solo l'anno scorso e un po' di gavetta tocca a tutti. Poi un vantaggio di tutte le ore di viaggio è che sto finalmente recuperando la lettura di tanti libri comprati e mai letti.
Ma ciò non toglie gli svantaggi: che non mi fermo mai, che esco pochissimo, che non so cosa darei per un giorno tutto per me da passare in casa, che le mie coinquiline, quando rientro la sera dopo essere stata fuori tutto il giorno, mi guardano con musetto triste e sguardo commiserante.

Questa settimana sono stati pubblicati i risultati di un'indagine dell'Istituto di Ricerche Economiche e Sociali della Cgil sui lavoratori atipici in Italia: li ho letti sul giornale giusto viaggiando verso il lavoro venerdì mattina presto per rientrare a Roma la sera. Titolo: Senza fine gli orari dei precari. Ma no!
Sottotitolo: Hanno contratti atipici, ma la loro settimana lavorativa spesso dura di più di quella degli assunti. E uno su due a fine mese porta a casa meno di mille euro. Ma dai!
Un livello salariale che per il 34% del campione "consente a stento di vivere e di mantenere persone a carico", mentre un altro 31% lo giudica "del tutto insufficiente". E le ripercussioni di questa situazione sui modelli familiari sono immediate: il 90% dei lavoratori entro i 35 anni non ha figli. Qualche altro dato interessante qui o qui.
Forse si sta iniziando a capire che la flessibilità tanto celebrata dal sistema economico sta distruggendo a livelli veramente radicali il sistema sociale: gente precaria anche a 40 anni, che fa fatica a pagarsi un affitto, figuriamoci ad affrontare un mutuo (a meno che non ci siano i genitori ad aiutare), non se la sente di mettere al mondo figli, non può scioperare, non ha tutele sindacali, non può sperare in una pensione decente e non vede prospettive di miglioramento nel proprio futuro.
Ora finalmente per questa situazione sembra iniziare a levarsi anche qualche voce autorevole: il presidente Napolitano ha detto che il precariato è un problema serio che deve essere affrontato nelle sedi giuste, cioè in Parlamento.
Solo che con un Parlamento che preferisce perder tempo su dove Vladimir Luxuria debba espletare i suoi bisogni fisiologici (ma quindi anche a casa della Gardini l'uso del wc è interdetto ai maschi, per non provocarle traumi?), mi sa che abbiamo più speranze se proviamo a pregare San Precario.

scritto da mela | 23:38 | commenti (16) | commenti (16) [pop-up]
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venerdì, 20 ottobre 2006
Fatalità

Capita che ci sia un avvenimento grave e le storie di tutti finiscano in qualche modo per girare intorno a quell'avvenimento. Un po' come si dice dell'undicisettembre: tutti si ricordano dove si trovassero e cosa stessero facendo quando l'hanno saputo.
Così in questi giorni a Roma tutti parlano di cosa facevano o avrebbero potuto fare nell'ora dell'incidente nella metro A. Chi quella mattina aveva preso la macchina, chi aveva fatto tardi ed era uscito dopo quell'orario, chi non era proprio più uscito, chi era altrove.
Io ad esempio a quell'ora ero sulla metro ma sulla linea B, che passa per il mio quartiere e per le principali stazioni romane. E dalla stazione Ostiense avevo preso un treno per Bracciano quando è arrivata la telefonata di mia madre (adepta dell'ULTIM'ORA di Televideo e quindi efficiente come un'agenzia di stampa): "Stai bene?".
"Certo, perché?"
"Pare ci sia stato un incidente in metro a Roma"
"Oddio, l'ho presa poco fa, ma tutto bene"
"Ecco, ma possibile che tu debba sempre prendere questa metro? Lo vedi, pericoli...", poi la voce si fa indistinta come quella degli adulti dei Peanuts.
Seguono da quel momento messaggi e chiamate dall'Italia e dal mondo per sapere se sto bene, arrivo a lezione continuando a scrivere sms di tutto bene, grazie per il pensiero, si inizia a parlare dell'incidente anche con gli studenti, uno di loro mi dice che la moglie (ad Infermieristica ci sono diversi iscritti adulti) sale tutte le mattine sulla A in quell'orario, qualcuno paventa l'ipotesi di un attentato, qualcun altro dice "Negli altri paesi fanno gli attacchi terroristici; qui ce li facciamo direttamente da soli".

Il pomeriggio passa e al ritorno a Roma riprendo la metro. Tutto sembra uguale agli altri giorni, ma mi sembra che non ci sia neanche una faccia allegra nel vagone. O forse è solo un caso.
Un ragazzo magrissimo e acneico seduto accanto a me, vestito di pantaloni beige enormi per le sue gambe e di una giacca troppo larga anche lei e di quel colore indefinibile che costituisce la terra di mezzo tra grigio, marrone e viola, estrae da una borsa classici greci (la Repubblica di Platone) e latini (L'arte di amare di Ovidio) e osserva i libri più come oggetti che come portatori di contenuto: ne segue con le mani il contorno, guarda le prime e le quarte di copertina, e i dorsi, come a studiarne i colori o a chiedersi come potrebbero stare in uno scaffale. Ma non li sfoglia. Ne ripone uno e ne prende un altro. Una ragazza di fronte legge un libro dalla copertina incartata con un foglio: mi sono sempre chiesta se lo facciano per proteggere la copertina o piuttosto per non far vedere cosa leggano. Un altro ragazzo, in piedi, ascolta degli mp3 ad occhi chiusi. Tutt'intorno altre persone tornano dal lavoro o dai loro giri. E stanno in silenzio e forse pensano quello che sto pensando io, anche se non mi piace.
Sto immaginando gli effetti di una improvvisa collisione su quel quadro fermo e malinconico di figure in equilibrio precario. Lo strattone e la forza di inerzia che fa cadere tutti addosso a qualcosa o a qualcuno come in un domino malvagio. L'arte di amare e la Repubblica e il libro incartato che colpiscono le persone. Il dolore.
E il pensiero che in quell'incidente tanti si siano fatti male ma siano vivi, anche il macchinista che si è praticamente preso un treno in faccia, mentre una sola persona ha perso la vita. Una vita da tanti punti di vista ancora in costruzione, un futuro pensato e accarezzato, alle spalle tutti quei sacrifici che conosco così bene.
Penso ai genitori di Alessandra Lisi, credenti, e mi chiedo cosa si stiano dicendo per spiegarsi perché proprio loro figlia, solo lei, sia morta.

scritto da mela | 02:21 | commenti (16) | commenti (16) [pop-up]
notizie

lunedì, 09 ottobre 2006
C'è qualcosa che non va

Sono le undici di sera del 9 ottobre e mi sto nervosamente grattando spalla sinistra, spalla destra, braccio destro e collo, il tutto preso d'attacco da zanzare che si beano di un'estate romana iniziata ad aprile e inesorabilmente perdurante.
Nel frattempo nel vicino centro commerciale sono apparsi i primi panettoni e pandori e coppe del nonno e baci in versione lievitata.

Questo è quanto riesco a  formulare per stasera.
A giorni migliori per raccontarvi le favolose avventure di una neoprof della Sapienza (che stasera, per dire, è stata al vicino centro commerciale per comprare gessetti bianchi per la lavagna, di cui un intero piano di un corso di diploma universitario era sprovvisto).

scritto da mela | 23:09 | commenti (23) | commenti (23) [pop-up]
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