
Cartoncino ritagliato, zucchero a velo e sei mani malferme ma allegre.
La storia del palazzo crollato qualche giorno fa a Milano ha rievocato uno dei miei ricordi più antichi. Secondo qualcuno non è stata una fuga di gas a provocare l'esplosione, ma il suicidio di una delle persone poi morte tra quelle macerie, una donna che aveva deciso di chiudere in quel punto il suo libro. E io da piccola ho abitato in una casa dove un ragazzo aveva deciso di chiudere allo stesso modo un libro con forse la metà delle pagine.
Ero ancora una piccola bambina tedesca che giocava più spesso con le costruzioni che con le bambole, in un appartamento in Spelzenstraße, con moquette sui pavimenti e carta da parati con disegni e colori stile fine anni Settanta sui muri.
Una notte quella casa divenne inagibile, con un lato sventrato da un'esplosione di cui non ho ricordo. Non ricordo neanche di come noi bambini fummo portati via dai pompieri, cosa che mi hanno raccontato i miei, che conservano ancora da qualche parte il ritaglio di giornale con quella notizia di cronaca che noi piccoli vivemmo come un'avventura e non un trauma.
L'unica cosa che ricordo è l'odore della palazzina semicrollata, l'odore dell macerie. Si dice che i ricordi olfattivi siano quelli che si radicano più profondamente di tutti nel cervello, che una volta sentito un odore si sia in grado di riconoscerlo per tutta la vita. Quello l'ho risentito qualche volta proprio qui a Roma, dai palazzi in ristrutturazione e vicino ad alcuni scavi. Non so da cosa sia fatto (lo sapevate che un odore non è altro che le molecole più volatili delle cose, che ci entrano nel naso e sono analizzabili dai recettori olfattivi? Sapevatelo: è roba che vi entra nel naso), però mi riporta istantaneamente a quel tempo.
Un'altra cosa che non ricordo, ma che è fra i primi nella classifica degli aneddoti più raccontati dai miei, è quello che ho fatto nella casa in cui siamo andati ad abitare dopo quell'esplosione. Nel nuovo appartamento di Waldhofstraße erano appena stati portati i mobili: vuoti, privi di ante e soprattutto non fissati ai muri. E io ero una scimmietta che adorava arrampicarsi su qualunque cosa fosse scalabile. Così, quando i miei sono andati un attimo in un'altra stanza, lasciandomi sola con quella meraviglia imponente di altezza e appigli, hanno fatto in tempo a sentire SBRAMMM e credere di morire quando sono corsi indietro e hanno visto l'armadio steso a terra. Poi alzandolo hanno trovato me che ridevo, illesa, in una cavità senza ante.
Oltre ad arrampicarmi su tutto, c'erano altre cose che facevo da piccola (a parte quelle che fanno più o meno tutti i bambini, come mangiare l'impasto dei dolci crudo, sedersi sempre per terra, diventare piromane / pirofila davanti alle candele accese... oddio, queste le faccio anche adesso):
- credevo che i grandi non fossero in grado di vedere i cartoni animati: invece dei disegni percepivano solo macchie indistinte di colore;
- prendevo i fiori fatti a campanella, me li appoggiavo sulla punta del naso e inspiravo a lungo, in modo che mi restassero attaccati al naso;
- sfidavo Dio a dimostrarmi la sua esistenza. Non gli chiedevo eventi paranormali, ma cose molto semplici, probabili anche casualmente, del tipo "Se esisti, fa' che una corrente di vento faccia aprire di più la finestra", "Se esisti, fai cadere quella cosa che ho appoggiato in bilico sul bordo del tavolo". Non succedeva mai niente e ci restavo male: con tutti i miracoli che si raccontano in giro, cosa gli sarebbe costato farne uno piccolo piccolo per me? Si può certamente datare a quell'epoca l'ingresso della mia piccola persona nella maledetta schiera, secondo papa Benedetto XVI, dei relativisti, seminatori di dubbi e di cattivi costumi.
Tre notizie di mezzo settembre:
1. Oriana Fallaci è morta di cancro in una casa di cura a Firenze.
Prima dell'11 settembre 2001 la conoscevo appena, come autrice della Lettera ad un bambino mai nato e per poco altro. Poi l'ho conosciuta come un'integralista occidentalista e ogni volta che la leggevo non la sopportavo (non ero l'unica, visti i soprannomi che si era guadagnata, come Oriena, e vignette come questa qui accanto). Se la prendeva con troppe cose in cui credevo, multiculturalità, pacifismo, pensiero no-global. Sparava senza se e senza ma contro una flaccida e remissiva Eurabia, sottomessa agli interessi islamici, incapace di difendere la propria identità, in cui "tutti tacciono come conigli".
Ma difendere la propria identità non significa portare avanti una guerra santa speculare, basata su "Loro sono il male e noi li dobbiamo distruggere", e vivere l'11 settembre respirando polvere delle torri del WTC nella propria casa a New York può portare a scrivere un libro come La rabbia e l'orgoglio, ma anche un libro come Molto forte, incredibilmente vicino. Punti di vista. È che in genere tendo a preferire chi costruisce ponti e non muri o trincee.
Eppure quante cose, nella sua storia che in questi giorni imparo meglio, che avevano reso grande e rispettabile la sua figura: da piccola vedetta partigiana a cronista di guerra, in anni in cui le giornaliste donne si occupavano di argomenti da donne, portatrice di pantaloni in anni in cui per questo si poteva essere cacciate dai luoghi pubblici, di capelli lisci e severi in mezzo a teste ostinatamente cotonate, scrittrice innamorata della sua indipendenza, del suo lavoro, del suono meccanico della macchina da scrivere e delle parole che si formavano come gocce sul foglio.
E poi man mano inasprita dall'età (perché in fondo invecchiando non si cambia: semplicemente si acuiscono i tratti del carattere che già si hanno), dalla rabbia di sentirsi una Cassandra inascoltata, e probabilmente da una malattia che non si augura a nessuno, che lei tra l'altro attribuiva al fumo nero respirato in Kuwait quando Saddam diede fuoco ai pozzi petroliferi. Arrivare a somatizzare l'odio.
Sapete cos'è che mi fa più rabbia? Che una donna dalle sue potenzialità abbia fatto tanto per mettersi da sola dalla parte del torto. Ma alla fine giudicheranno la storia e l'eventuale divinità che vorrà farsi trovare dall'altra parte.
2. Nello stesso giorno della morte della scrittrice, è arrivata la notizia di una sua quasi coetanea delle parti di Salerno, che dopo due soli anni di scuola, seguiti da una settantina di anni di lavoro dentro e fuori casa, la morte del marito e una grave malattia poi superata grazie al suo ottimismo, ha deciso di voler "saper scrivere meglio": così quest'anno tornerà sui banchi di scuola elementare per riscattare il tempo in cui venne delegata dai genitori a badare ai fratelli più piccoli, trascurando se stessa e le proprie aspirazioni.
Scusate, lo so che tutto ciò è di un retorico pazzesco. Ma questa storia mi è piaciuta perché è bella e vera. E perché in realtà sono una buonista del cavolo (del resto sono amministrata da Walter volemosebbene Veltroni).
3. Dieci giorni fa era scoppiato - si fa per dire, era ancora praticamente estate e la politica un argomento poco da ombrellone - il caso della tracheite di Berlusconi che lo aveva costretto a restare in Sardegna e a non poter raggiungere Caorle (VE) per il confronto in piazza con Rutelli, intervistati da Mentana. Perché un caso? Perché l'occasione era la Festa della Margherita. 
Beh, per ieri mattina Fini aveva invitato Bertinotti alla Festa nazionale di Azione Giovani. E Faustino (con cui spesso non sono d'accordo, ma da quando è Presidente della Camera sta facendo una figura tanto bellina, signora mia) ci ha riflettuto un po' e ha deciso di andarci. Fini si è detto emozionato per l'incontro e lo ha ringraziato per la coerenza con cui si batte per le sue idee. Il pubblico lo ha applaudito. È quasi magia.
Quasi cinque anni da romana adottiva, con quattro Notti Bianche organizzate nel frattempo, eppure solo quest'anno ho partecipato all'eventone.
27.09.2003 - La madre di tutte le notti bianche italiane riempì Roma all'inverosimile, ma fu funestata prima da un temporale e poi dal black-out nazionale dovuto ad un sovraccarico ai confini con la Svizzera. Ma non è per quello che me la sono persa, ma perché mi trovavo fuori Roma per un convegno. Fu strano, tra la notte e il mattino dopo, scoprire che la corrente non mancava solo dov'ero io ma anche in tutto il resto dell'Italia.
18.09.2004 - Della seconda notte bianca non ricordo assolutamente niente. Non ricordo le iniziative, né perché non fossi a Roma o, se a Roma, in grado di partecipare. Il bello è che anche i miei amici non ricordano niente: non è che c'eravamo tutti ma è successo qualcosa di gravissimo che non dovevamo ricordare e allora l'aria si è riempita di gas amnesizzante e quindi ora abbiamo tutti un vuoto di memoria su quella notte? Non ricordo. Verosimilmente pioveva, visto che ogni notte bianca pare che piova.
17.09.2005 - Per la terza notte bianca ero a Roma. Avevo trascorso il pomeriggio ad Anguillara, con un'amica che lavora per una piccola casa editrice e doveva partecipare ad una premiazione per ritirare l'Anguillarino d'oro per due autori che avevano ben pensato di non essere disponibili per l'occasione. Il presentatore gigioneggiante, da parte sua, pensò bene di mettere la mia amica in feroce imbarazzo con battute che facevano ridere solo lui. Al nostro rientro a Roma iniziò a piovere e durante la cena con altri amici a casa mia, che doveva precedere la nostra trionfale uscita, piovve sempre più forte. Sguardi alla finestra, sguardi d'intesa... "Ma sai che tte dico?" e siamo rimasti a casa mia a suonare le canzoni dei cartoni animati.
09.09.2006 - Nel 2006 anche il comune di San Giacomo degli Schiavoni, CB, 1111 abitanti censiti nel 2001, ha la sua Notte Bianca. Che poi è una notte con un camioncino del porchettaro che fa orario continuato e musica folcloristica da altoparlanti non professionali, ma dà comunque un tono.
A Roma non viene più tutta l'Italia, e non è venuta nemmeno la pioggia, e finalmente abbiamo potuto vedere qualcosa anche noi. Alla fine, devo dire, non ho visto granché, ma ho fatto una bella passeggiata di 10 ore (22-8) per quartieri sotto effetto capodanno prolungato. Ho visto più che altro della fauna adolescenziale (tra i 12 e i 40 anni) che ha abbattuto la mia sempre più fragile fede idealistica nelle magnifiche sorti e progressive dell'umanità.
Cioè, dico: avete presente di cosa parlo? Capelli ingelatinati stile leccata di vacca, pantaloni a vita così bassa che chiamarla vita è un'offesa alla semantica, il tutto per offrire alla vista terribili mutande griffate o meno, magliette spesso rosa con stampe virulente come il logo A-Style (che spero faccia presto la fine della stra-abusata margherita Guru), eloquio ridotto ormai a slogan
sguaiati.
E mi chiedo: che fine farà il fascino maschile? Anzi, esiste ancora? Quando ero adolescente io, ricordo che mi affascinava il tipo un po' intellettuale, con la giacca di velluto, la sciarpa, la borsa a tracolla. Sicuro di sé ma non spavaldo. Che facesse discorsi interessanti, che sapesse ascoltare. Ora invece troppi sanno solo muggire PO-POPOPO-PO-POO-POO (e pensare che appena uscì quella canzone, non la trovavo nemmeno male).
Alle 6 del mattino era previsto il concerto di Vinicio Capossela sulla terrazza del Pincio (il dubbio di tutti era: bisogna vedere come ci arriva Vinicio, che è spesso brillo sul palco, alle 6 dopo una notte di festa; ma ce l'ha fatta bene). Ascendendo a Villa Borghese, ho visto Roma così:
nella luce dell'alba, con il gazometro illuminato sulla linea dell'orizzonte, e mi sono reilluminata anch'io.
Qualcuno potrebbe chiedersi che gazo sia Il Gazometro, del resto prima di venire a vivere a Roma non sapevo nemmeno dell'esistenza di questa parola. È il serbatoio cilindrico di 92 metri (il più alto d'Europa) dello stabilimento Italgas tra via Ostiense e il Tevere, nel quartiere della Garbatella, nome che la leggenda attribuisce alla garbata e bella proprietaria di un'osteria della zona.
La struttura tonda ed enorme, che ormai del quartiere è un po' il simbolo, ha qualcosa di esoterico, di Stonehenge,
ma allo stesso tempo di suburbano familiare, rassicurante e suggestivo. Io mi sono abituata alla sua presenza imponente, ma in fondo fatta più di vuoti che di pieni, attraversando ogni giorno quel quartiere per andare all'università in cui mi sono specializzata in precariato.
La Garbatella è un quartiere poco noto ai turisti, e forse mi piace proprio per quello. E non solo a me: è spesso scelta come location cinematografica; Nanni Moretti inizia Caro Diario con un viaggio in vespa per la Garbatella, "il quartiere che mi piace più di tutti"; Ferzan Ozpetek ha ambientato sue storie nella Garbatella (la casa de Le fate ignoranti si trova lì) e due notti fa sono stata chiamata da quelle parti per fare la comparsa in una scena del suo nuovo film Saturno contro. La prima volta che ho fatto questo lavoro, un paio d'anni fa, fu proprio per Cuore sacro di Ozpetek. Ero nella folla che vede Barbora Bobulova impazzire, spogliarsi come San Francesco e dare tutte le sue cose ai passanti man mano che se le toglieva. Lunedì notte invece il mio compito era attraversare 300 volte l'incrocio tra via Ostiense e via del Gazometro, in compagnia di un campione di kickboxing, da qualche parte nello sfondo dell'inquadratura della macchina di Stefano Accorsi. E quello che tutti (tutte, ok) mi hanno chiesto è stato "E Stefano? Com'è??". Oh, a me non piace...
Ma torniamo al gazometro.
[quel che si dice quando si pensa di scrivere un post sul gazometro illuminato, roba che potrebbe bastare una foto e un rigo, ci si ritrova impantanati in un saggio socio-antropologico e si deve richiamare se stessi ad essere presenti]
Per la notte bianca ha cambiato il suo nome in Luxometro, grazie a quasi 11 km di tubi luminosi installati lungo i suoi incroci da tecnici alpinisti.
Qualcuno lo ha paragonato alla Tour Eiffel. Secondo me era anche più bello.
E ad un certo punto si rientra.
Si torna ai luoghi della vita di tutti i giorni, dei lavori (mica "lavoro", qui si pensa in grande e plurale, per ora siamo a quattro), delle persone, delle occupazioni, delle cose che sono le mie.
La mia amata stanza romana mi ha accolta in tutto il suo blu e arancione e cose sospese da riprendere, anche se con un impatto inatteso: nonostante sia il posto in cui mi sento più "a casa", nonostante mi mancasse, appena l'ho vista non mi sembrava quasi la mia, ma un posto nuovo in cui dovessi ancora ritrovare collocazione e significato.
Un po' come la mela di Magritte tutta sola in una stanza a cercare di riempirla e darle un senso.
Poi ho girato la pagina del mio calendario bianco e verde. Mesi bianchi con scritte e disegni verdi e neri si alternano con mesi verdi con scritte e disegni bianchi e neri. Le scritte sono tutte in carattere Courier.
Su ogni mese c'è una poesia di una poetessa italiana del Novecento, e sul verde di settembre, Patrizia Cavalli in L'io singolare proprio mio dice:
Ah smetti sedia d'esser così sedia!
E voi libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono. Solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch'io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati.
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.
A dicembre, quando questo calendario mi è capitato in mano per la prima volta, avevo letto tutte le poesie d'un fiato seduta in un autobus, e questa non era quella che mi aveva colpita di più. Ora invece mi riempie la stanza e la testa.
Ma è tutto nella norma: c'è il rientro, c'è da far defluire e scorrere un agosto che è stato tutto un altrove, ci sono tutti i meccanismi da oliare e reingranare, e c'è settembre, il mio mese e mese di rifondazione e rinascita più di ogni altro mese.
A proposito di rifondazioni, oggi in giro per Roma ho visto i manifesti della festa dei Comunisti Italiani con una mela come simbolo di rinascita. In un negozio ho visto mille oggetti inaspettatamente a forma di mela.
E ho anche visto per la prima volta cosa succede quando è l'ora di punta e tutti i semafori di una via trafficata e dei suoi incroci vanno in tilt, segnando simultaneamente il rosso. Ho visto un interessante processo di autogestione e precedenze improvvisate. E ho udito molte trombe. Tutto messo insieme potrebbe sembrare presagio di qualcosa. Di che? Boh.
Però intanto buon anno (come ha giustamente detto una signora ad una delle mie coinquiline in ripartenza dal paesello calabro) a me e a tutti.
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