giovedì, 17 agosto 2006
Belli dentro

Erano più di due mesi che non ritornavo nella cittadina in cui vivono i miei. Ora che ci sono 35.000 abitanti, non è certo più il tipico piccolo centro in cui si conoscono tutti, ma nel microcosmo del quartiere in cui ho vissuto dai 9 ai 19 anni è ancora così. Accade quindi che ad ogni mio ritorno da queste parti, tutti mi fermino per salutarmi e rivolgermi più o meno sempre le stesse frasi.
Dalla top ten sono definitivamente uscite "E il tuo ragazzo?" e "Quando ti sposi?", e per fortuna non è ancora entrata "Hai trovato il fidanzato?" (del resto c'è pur sempre mia madre ad informare la cittadinanza sull'interessante questione sociale), ma questo agosto è entrata una frase nuova che mi stupisce ogni volta che me la sento rivolgere:
 
Quanto sei bella ! / ?

Non ho idea del perché. Innanzitutto perché credo di essere sempre uguale, e poi perché non è assolutamente roba che sono abituata a sentirmi dire in giro. Ovviamente escludendo l'allocutivo bbella, che comunque a Roma è di valenza del tutto neutrale.
Da un paio di settimane ho un taglio di capelli leggermente differente dal solito, ma talmente leggermente che molti non si sono nemmeno accorti della differenza. Tranne me, che mi ritrovo ogni giorno a dover gestire dei movimenti tricotici insurrezionalisti e indipendentisti che prima si risolvevano con una coda di cavallo ben stretta.
Forse da qualche tempo ho le guance un po' più scavate (misteri della distribuzione del grasso corporeo) e forse questo mi attribuisce un'espressione più accattivante.
O forse ho l'aria serena perché non resto qui per molto.
In realtà sto sparando, eh. La verità è che una frase del genere mi mette in imbarazzo e mi rende difficile dare una qualunque risposta diversa da "Ma che dici?". Però sorrido.
Per il pensiero filosofico medievale, bellezza equivaleva a verità. Sulla prima versione della sua Nuda Veritas, la donna spogliata dal velo, che ci tiene davanti lo specchio in cui prima o poi tocca a tutti guardare, Klimt mise una citazione da Schefer: "La verità è fuoco e dire la verità significa splendere e bruciare". Per la seconda versione del quadro, quella più famosa, Klimt scelse una frase più polemica, scritta da Schiller: "Se non puoi piacere a molti con le tue azioni e la tua arte, allora fallo per pochi. Piacere a molti è male"
Ma è un volo pindarico, questo da bellezza apparente a verità. La cosa che volevo dire veramente è un'altra, a costo di sembrare ancora più didascalica di quanto non sia già riuscita ad essere in questo post.

Stamattina sono stata a donare il sangue. Non lo dico per ostentare quanto sono bella e brava, ma per provare a mettere davanti a qualcuno uno specchietto piccolo piccolo su un gesto semplice, che non ci costa niente ma è di importanza fondamentale perché tutti gli ospedali affrontano costantemente, ma soprattutto in estate, il problema della carenza di sangue: non si può sintetizzare in laboratorio e dipende unicamente dalla buona volontà di chiunque abbia tra i 18 e i 60 anni e sia in buona salute.
Per i discorsi ufficiali vi rimando al sito dell'AVIS, ma da parte mia vorrei dire che la procedura è semplicissima, sicura, assolutamente non dolorosa - la paura dell'ago si supera! - e dura circa mezz'oretta. Il tutto in un clima molto amichevole e piacevole, con dottori e infermieri più sorridenti che altrove, dal momento che i frequentatori del reparto donatori sono persone sane e socievoli: ogni volta che ho donato il sangue ho fatto amicizia con tutti. Chissà, magari potreste anche acchiappare!
Altri pro: ogni volta che donate il sangue vi mandano a casa le analisi complete e gratuite, così siete sotto controllo medico costante e potete scoprire eventuali disturbi in anteprima. Se lavorate, avete diritto per legge ad un certificato medico che vi dà un giorno di risposo retribuito. A fine donazione vi offono una ricca colazione con panini, dolci, succhi di frutta, a seconda dei posti. Nel giorno della donazione, poi, ci si sente giusto un po' stanchi, a me capita verso la sera, ma basta una dormita e passa tutto.
Ma soprattutto: ci si sente leggeri e bellissimi. Provateci.

scritto da mela | 20:38 | commenti (11) | commenti (11) [pop-up]
res publica, succede a mela

venerdì, 11 agosto 2006
Molisani nel mondo

Il signor Vincenzo ha 63 anni, da 45 vive e lavora in Germania e torna in Italia ogni agosto per farsi un po' di ferie al mare. Lui e la moglie hanno un appartamento nello stesso condominio dei miei, e ai miei sono legati da storie di emigrazione, di quelle comuni soprattutto da queste parti, dall'inizio simile per tutti e con il bivio fondamentale rappresentato dalla scelta "Rientrare o no in patria appena messi da parte un po' di soldi".
Il signor Vincenzo ha deciso di restare in Germania: ora ha figli tedeschi (immigrati di seconda generazione si chiamano tecnicamente, ma di fatto sono tedeschi; molti non parlano nemmeno più la lingua d'origine dei genitori) e quando racconta le cose e gli manca una parola, ce ne mette una tedesca.
Mio padre, Vincenzo anch'egli, quando ha avuto denaro sufficiente per comprarsi una casa in Italia l'ha fatto ed è rientrato nel 1986: questo gli è valso una casa di proprietà, due figli di cittadinanza italiana, e vent'anni sull'orlo del divorzio con una moglie in lieve disaccordo con questa e ogni altra sua scelta.

In effetti sono moltissimi quelli che hanno deciso di non rientrare: non per niente il Molise è la regione italiana col tasso di emigrazione più elevato (27,3% contro una media nazionale del 7%) e se al conto aggiungiamo tutti i discendenti dei primi emigrati, non stupirà che di fatto i molisani che vivono fuori dai piccolissimi confini della regione siano praticamente più di quelli che ci vivono dentro, che sono solo 300.000. Poi bisogna aggiungerci anche l'emigrazione interna, come me che ora vivo a Roma.
Tutto questo fa sì che quando arriva agosto, a parte la mia città di mare che raddoppia anche per la presenza dei turisti, anche i paesini semiabbandonati si ripopolino. L'altro giorno al Tg3 regionale - il telegiornale con meno contenuti al mondo - si parlava dei paesi in cui ad agosto si possono vedere taxi romani parcheggiati: è perché 2000 dei 6000 tassinari di Roma sono molisani (e non solo perché il Taxi Driver per eccellenza, Robert De Niro, è originario di Ferrazzano, CB) e per le ferie tornano al paese col loro strumento di lavoro.

L'altro giorno il signor Vincenzo ha raccontato a me e a mio padre di quando decise di andare a lavorare in Germania. Aveva 18 anni, nel Molise postbellico si moriva di fame e lui, che aveva imparato il mestiere del fabbro, voleva cercare un lavoro decente al nord. Il padre, figura autoritaria, gli disse che da casa non si doveva muovere.
Il rapporto col padre era sempre stato un po' conflittuale. Lo aveva conosciuto soltanto quando aveva 6 anni: erano gli anni immediatamente successivi alla guerra, e il padre si trovava in Gefangenschaft (prigionia). In quegli anni Vincenzino dormiva nel lettone con la madre, una donna grande e forte che dopo anni aveva ancora il proprio latte da dare al figlio, che le dormiva addosso come su un cuscino di velluto.
Una mattina però Vincenzino si svegliò, aprì gli occhi e si ritrovò su un braccio tutto coperto di peli. Terrorizzato si precipitò in strada urlando "C'è un uomo spaventoso nel mio letto!" e tutto il vicinato incuriosito si raccolse davanti alla sua casa: "Non è che è tornato tuo padre dalla Gefangenschaft?".
Il padre tornato dalla prigionia era un uomo tarchiato e incredibilmente peloso. Al figlio sembrava un orso, non solo per l'aspetto ma anche per il carattere burbero. E nonostante l'orso cercasse di ingraziarsi il bambino mettendogli ogni giorno in tasca una caramellina, "di quelle da un Pfennig", continuò a non piacergli, anche perché gli diceva sempre di no.
Così, quando seppe che si organizzavano viaggi per lavorare in Germania, il diciottenne Vincenzo si fece fare la valigia dalla madre, di nascosto, e partì.

Prima tappa Roma, raggiunta con un comodo viaggio attraverso l'arduo Appennino molisano, in una carrozza dalle sedie di legno. Al consolato tedesco, l'impiegato disse a Vincenzo: "I documenti te li faccio, ma prima devi andare al bar di fronte e prendermi due caffè e i cornetti. Loro sanno già tutto". E il ragazzo corse veloce, convinto che fosse indispensabile per ottenere le carte per l'espatrio.
Seconda tappa Verona, un po' il centro di smistamento per chi partiva verso il nord dell'Europa: riunite in una sala enorme, centinaia di persone in attesa della voce megafonata che chiamasse il loro cognome. Quando arrivò il suo turno, gli fu chiesto di spogliarsi per una rapida visita medica. Ma la medica era una donna e lui un ragazzo timido. Ci volle un po' per fargli fare quella visita, ma alla fine Vincenzo prese il suo treno.

scritto da mela | 18:50 | commenti (11) | commenti (11) [pop-up]
parole, notizie, succede a mela

domenica, 06 agosto 2006
Il grande sole

Oggi sono cinquantuno anni dal giorno in cui l'Enola Gay, aereo da guerra dal nome di madre, sganciò su Hiroshima il suo Little Boy, la prima bomba atomica mai usata su una città.
La seconda sarebbe seguita a breve distanza, il 9 agosto 1945, su Nagasaki.
All'inizio dell'agosto 1945 il fotografo Yosuke Yamahata stava attraversando il Giappone per documentare la guerra. Era passato per Hiroshima giusto il giorno prima che fosse devastata dall'attacco nucleare.
Il 10 agosto Yamahata fu mandato nella Nagasaki appena rasa al suolo, per testimoniare quello che definì un inferno in terra. Poi scrisse:

La memoria umana ha la tendenza a calare, e il giudizio critico a scolorire, con gli anni e i mutamenti degli stili di vita e delle circostanze. Ma la macchina fotografica, così come ha colto le terribili realtà di quel tempo, riporta i fatti nudi e crudi davanti ai nostri occhi, senza il minimo bisogno di edulcorarli.


Ma una delle fotografie scattate da Yamahata (in questa pagina è possibile vederle tutte) mostra qualcosa che non è solo devastazione: un eucalipto isolato, ucciso soltanto per metà, con l'altra metà ancora viva. Quell'albero divenne per molti un simbolo di speranza.


Fra due giorni esce il nuovo album di Ani DiFranco, Reprieve.
L'albero della copertina è quell'albero.

It’s sixty years later
near the hypo-center of the A-bomb,
I’m in the middle of Hiroshima
watching a twisted old eucalyptus tree wave,
one of the very few lives that survived and lives on,
remembering the day it was suddenly
thousands of degrees in the shade.

scritto da mela | 15:08 | commenti (8) | commenti (8) [pop-up]
notizie

martedì, 01 agosto 2006
Succo di ringo

Mi piace la lingua giapponese, amo le sue regole e le sue parole, il modo in cui tratta i prestiti stranieri  (qui potete vedere come verrebbe pronunciato il vostro nome), i significati dei nomi propri (non è meraviglioso che un nome come Akiko possa significare "figlia dell'autunno"?), la resa grafica.
Al ginnasio ricordo che sul frontespizio del primo libro di grammatica greca di chiunque c'erano i nomi di tutti scritti in caratteri greci. Il mio era melani .
Esistono anche molti siti che traslitterano i nomi in caratteri giapponesi, cinesi, ebraici, arabi, geroglifici, cuneiforme, lineare B, rune o quello che più garba, anche se non mi sembrano granché affidabili, visto che spesso anche per una stessa lingua danno risultati diversi tra loro.

L'altro giorno però mi è venuto in mente che anche in Giappone esistono le mele, e chissà che bel suono evocativo avrà la parola per "mela"...
Cerca cerca, e cosa scopro? Che in giapponese "mela" si dice NANA oppure RINGO. Cioè, ma come?
Io volevo una parola bella, qualcosa che suonasse come Naoko oppure Midori - ogni riferimento a quel libro meraviglioso che è Tokyo Blues Norwegian Wood non è puramente casuale - e invece mi ritrovo con un nome che in italiano vuol dire "persona bassa", o col nome del Beatle infimo?
Ho capito, al limite se un giorno dovessi scegliermi un nome giapponese, preferirei Akiko, visto che sono anch'io figlia dell'autunno. O al limite Fuji, che è una varietà giapponese di mele.

Ad ogni modo la scoperta di ringo giapponese mi ha portata ad altre interessanti scoperte.
Non era semplicemente una curiosa invenzione di Sofia Coppola per Lost in Translation, quella di mandare l'attore in declino Bill Murray a fare il testimonial per il whisky Suntory nelle pubblicità giapponesi (a proposito: a parte le geniali sequenze del film sulla realizzazione dello spot, esistono altri esseri umani ad avere trovato fondamentalmente noioso il resto di tale capolavoro osannato?).
In realtà pare siano diverse le star insospettabili che hanno prestato la propria immagine per reclamizzare i prodotti più improbabili, riducendosi spesso, diciamolo pure, a fare i deficienti: per chi fosse scettico, ecco, raccolti dalla BBC, nomi e fatti che i diretti interessati cercano di tenere ben nascosti in occidente.

A Ringo comunque il fatto di chiamarsi mela è abbastanza convenuto: è diventato direttamente testimonial di un succo di mela nipponico, perché il suo nome e cognome d'arte, con una piccola variazione di pronuncia, ringo sutta (con la a accentata), significano "mela spremuta".
Di qui il simpatico scambio di battute che anima lo spot qui sotto.
Ve lo offro alla stregua di servizio da tg dell'estate:

scritto da mela | 16:41 | commenti (32) | commenti (32) [pop-up]
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