domenica, 16 dicembre 2007
Latitante

Era un commento che stavo scrivendo per il post precedente, poi ho pensato di metterlo qui e generare addirittura una nuova riga nel mio archivio ormai arrugginito.

Non ho più scritto il famoso resoconto del concerto (no che non sono rimasta a Milano, eh), né altro, né ho più risposto agli ultimi commenti, ma giuro, non è stato per snobismo. È che non so che fare prima. E alla fine questo blog è diventato ultimo.
Sono passata stasera per recuperare un vecchio post sul libro delle parole intraducibili, e mi sono ritrovata a rovistare tra le mie parole di due anni fa come in un cassettone di vecchi ricordi, di vestiti che non metto più.
Penso che in realtà mi dispiace molto che non ci saranno altrettanti post di questo periodo da poter rileggere verso natale del 2009, so già che lo rimpiangerò poi, anzi lo sto già prepiangendo, ma davvero sono in un periodo in cui non so cosa fare prima: per la maggior parte della settimana passo 12 ore via da casa, e tolte quelle del sonno mi resta pochissimo in cui devo incastrare nutrizione, igiene, approviggionamenti e poi altro lavoro, quasi tutto seduta al computer, da cui, per staccare, devo decisamente staccarmi. Ho sensi di colpa enormi verso tutti gli amici, quelli 1.0 ma anche 2.0, che non sento da mesi e che sto trascurando e soffocando sotto cumuli di priorità. La mia casella mail è piena di messaggi importanti di lavoro e simili, e quando ho finito di smistarli (spesso con un paio di giorni di ritardo), non mi va di premere più neanche su un tasto del computer. Giusto quello di spegnimento.
Stasera ho ricevuto una mail da una studentessa di cui seguo la tesi e che, ringraziandomi perché le ho proposto un'organizzazione del lavoro che le risolve una serie di problemi complicati, mi ha scritto una cosa che mi ha colpita, perché in genere me la dice chi mi conosce da molto tempo; mia madre da una vita: Nonostante i tuoi numerosi impegni cerchi sempre di non dire mai di no alle persone, delle volte forse rimettendoci anche tu.
Mai come quest'anno ho atteso il natale. E l'ultimo giorno dell'anno per stracciare a pezzettini il calendario.
Ma voglio riprendermi anch'io, eh, promesso.

scritto da mela | 23:58 | commenti (21) | commenti (21) [pop-up]
succo di mela

sabato, 13 ottobre 2007
Stasera

ani difranco cover night
In occasione del ritorno di Ani DiFranco, domani in Italia dopo 2 anni e mezzo di assenza, io (chitarra photoshoppata nella bellissima locandina di elena) e tutti gli amici musici celebreremo la Santa Vigilia suonando le sue canzoni per tutta la notte al s'agapò, sui Navigli milanesi.
Se qualcuno si trova a passare per Milano stasera, è benvenuto/a alla festa

scritto da mela | 10:02 | commenti (14) | commenti (14) [pop-up]
musica, succede a mela

venerdì, 28 settembre 2007
Settembre

Il mese della ripresa, del risveglio, del reinizio, delle raccolte a fascicoli e dei buoni propositi. A parte le raccolte a fascicoli, il resto per me è iniziato a fine agosto, molto grazie alla visita di Tiziana, donna di ortografia acrobatica e di blog apparentemente incomprensibile e invece donna trasparente di cuore e di parole, e poi la positività si è moltiplicata nel miniraduno molisano con Ale e poi Ele (che riesce a fare anche foto belle di fette di me), i giri nella macchinona color champagne che era di mio padre, il mio primo posto di blocco e non mi sarei fermata e avremmo fatto Thelma e Thelma e Louise, le canzoni di Ani con i testi improvvisati su donne in ritardo, il sirtaki ballato al porto mentre una sposa scappava tra le auto nel parcheggio, le mani disegnate, i piedi panati nella sabbia della notte e la notte in campagna a dormire sulle coperte che non sono mai coperte ma coprenti, ma non abbastanza perché il giorno dopo avevo il mio primo attacco di orticaria imponente (secondo la guardia medica) e la mia prima iniezione di cortisone. E in effetti era un po' strano che sul braccio destro, tra spalla e gomito, ci fossero 30 punture di zanzara tutte insieme.
Così ho rivisto anche il nostro medico di famiglia, con il suo sguardo che diceva tutto dopo la corsa vana di aprile e maggio. Gli ho detto che sono tormentata dal rimpianto di non essere riusciti nemmeno ad iniziare una chemioterapia, che magari dopo una cura senza risultati avrei accettato di più l'inevitabilità della fine. Mi ha risposto che dopo una cura senza risultati ora sarei tormentata dal rimpianto di averlo sottoposto a tutta quella fatica inutile. Non ci avevo pensato. In effetti già la sofferenza che ho visto era insopportabile. Ma ora quale bilancia compara il peso di due rimpianti? E sarei una bilancia anch'io, ma non riesco mai a dare il peso definitivo alle cose, perché con queste braccia non arrivo a star ferma e così ogni grandezza diviene più relativa.
E anche questi trent'anni che sto per compiere, chiudere, archiviare, nell'ultimo giorno dell'ultima settimana del mese, come se da lunedì tutto dovesse essere diverso, saranno solo numeri in movimento, che lunedì saranno trent'anni e un giorno. Per quanto un numero rotondo come 30 sia numero di bilanci e realizzazioni e diventare adulti, e intorno a me sia un proliferare di svolte, case nuove, matrimoni, convivenze, gravidanze, lavori veri e carriere. La mia svolta dell'anno è stata perdere mio padre. Per il resto, se mi paragono a 10 anni fa mi vedo uguale ad oggi: perennemente in costruzione. Ma in fondo non è un male. Poi è il brutto e il bello della vita, che non si sa mai cosa ti possa capitare.
Soprattutto a settembre.
Questo mese ho iniziato a seguire un master in traduzione tecnica nella città che è ovunque (là-qui-là) e soprattutto nella mia sorte: è una cosa che fino a luglio mai avrei creduto di fare e invece ora mi riempie di esperienze e progetti e di nuove persone tutte belle, insegnanti e studianti - e chi l'avrebbe mai detto che un nostro insegnante è l'uomo che vent'anni fa cantava la sigla di Ken il Guerriero.
L'altra settimana sono andata a vedere un concerto della nostra batterista in una libreria su una piazza in cui all'una di notte bambini imperversi imperterritano mentre genitori e nonni li lasciano fare benevoli, chiacchierando su enormi panchine, come potrebbe essere in un mondo senza pericoli e paranoie, e ho fatto amicizia con una grande doppiatrice italiana che oltre ad avere una voce bellissima è una ragazza del tutto folle (una che per offrire una sigaretta ad un serioso collega tira fuori dalla borsa per sbaglio un pacchetto di o.b. invece che di sigarette e poi dice "ah è vero, tu le preferisci senza filtro!") e ci piace decisamente così.
E la scorsa settimana ho fatto amicizia con un ballerino che per anni ha insegnato in una scuola giusto dietro casa mia, sul cui cartello d'indicazione LA DANZA PER TE qualcuno allungava sempre la D con un tratto di pennarello, trasformando l'etereo in boteriano: LA PANZA PER TE. Ha ideato tra l'altro una coreografia basata su canzoni di Ani DiFranco, che tra due settimane ritorna in Italia dopo due anni e mezzo di assenza. Si partirà tutti insieme per rivederla: il primo viaggio di piacere dopo lunghissimo tempo.
Anche il primo post dopo lunghissimo tempo, ma questo è ormai consuetudine.

scritto da mela | 00:45 | commenti (19) | commenti (19) [pop-up]
succo di mela, succede a mela

sabato, 04 agosto 2007
Elaborazione

Avevo lasciato mia madre nella cucina per andare a fare qualcosa in camera, dove mio fratello era seduto al computer. Ad un certo punto sento le chiavi nella porta e in un secondo penso 
a. Noi siamo qui
b. mamma è in cucina
c. quindi è papà che torna dal lavoro
e poi "ah no, ma papà è morto" (era mia madre, scesa a vedere se fosse arrivata posta).
Trovarmi tra le mani cose di cui non conosco origine o uso e pensare "poi lo chiedo a lui" e poi "ah no, ma lui è morto".
Passare vicino al reparto elettrodomestici e pensare "Ah ecco, devo cercare quella centrifuga per la frutta, così prende più vitamine, che lo aiutano" e poi "ma no, è già morto".
L'altra volta arrivando in autobus, "Chissà chi mi viene a prendere, se mio padre o mio fratello" e poi "ah no, papà è morto".
Così scopro e affronto e rielaboro più volte al giorno la peggiore perdita che potessi immaginare. Ma mi sa che non sono tanto brava ad elaborare. Più di due mesi dalla notte in cui la morte è entrata in quella stanza d'ospedale e lo ha indicato, pochi giorni prima della partenza per Roma, per la cura su cui proiettavo tutta la mia speranza. Entrata senza avvisaglie nelle ore precedenti, senza che fossimo assolutamente preparati a lei, col cancro entrato nella nostra vita da 50 giorni, e tanto per essere matematica ed elegante se lo è preso la mattina di Pentecoste (πεντηκοστή "cinquantesimo").
Ma lui l'ha guardata in faccia e forse l'ha riconosciuta, e tutto quello che è successo dopo lo consacra come il mio eroe. Ma lo era già da sempre.
 
Tutto quello che si può immaginare - perché in astratto lo avevo fatto anch'io, negli ultimi anni, pensando ai miei che invecchiavano - sull'eventualità della morte di un genitore, sulle sensazioni, sulle reazioni, è lontano da quello che si prova in realtà. In realtà la mia mente non era in grado di generare questo con precisione. La mente è debole, lo vedo soprattutto ora che mi inganna cento volte al giorno con l'idea della presenza di mio padre ancora tra i vivi. E sì che di solito dimentico facilmente le cose, ma questa deve farsi ricordare in ogni momento. Non mi ci abituerò mai.
Mi guardo allo specchio. C'è uno strato nuovo, di tristezza, che vedo bene. E ai primi capelli bianchi sulle tempie si sono aggiunti i secondi e i terzi et cetera. Penso che lui non mi ha mai vista coi capelli bianchi. Né io lui, il che è più triste. E non mi ha mai vista guidare, e ora ho la patente e sono la proprietaria della sua macchina e della sua assicurazione e mi sembra assurdo.
 
Spesso non ho molta voglia di parlare; ancora meno di scrivere. Soprattutto lo strumento blog era quanto mai lontano. Non sapevo cosa fare con questa pagina: imporre la mia negatività a chi passa qui mi sembrava ingiusto, e a volte ho il timore che "questa è la mia pagina e ci scrivo quello che mi pare" possa diventare una violenza. Del resto qualunque argomento diverso da mio padre mi sembra inutile qui, così i temi di questi due mesi sarebbero stati:
- Vedere morire
- Funerale e alienazione, e con quanta gente si piange
- L'impossibile elaborazione del lutto (hm, diciamo che l'ho scritto)
- Cercare/chiedere segni
- Segni o coincidenze??
- I demoni di mia madre
- Diffusione dei tumori nel litorale molisano e gli occhi bendati (ma su questo scriverò)
- Burocrazia kafkiana
e cose del genere. E con qualcosa bisogna pur ricominciare, quindi intanto scrivo.
C'è una canzone (qui si sente tutta, anche se quel video non c'entra niente eppure ha un suo che) che mi è tornata in mente più volte di questi tempi, la mia prima scoperta di quel Sufjan Stevens scoperto per caso, poi diventato passione nota solo a me e poi ad altri e poi sentito chiamare il nuovo Gershwin e simili. Casimir Pulaski Day è il primo lunedì di marzo, quando l'Illinois ricorda un generale polacco che combatté la rivoluzione americana. E Sufjan ricorda un'altra storia.
Sono in grado di ascoltarla un numero imbarazzante di volte consecutive. È tra gli esempi più belli di canzone triste con accordi maggiori che conosca. Poi la gloria della musica quando finiscono le parole. Ma prima, la grazia del cantato e quel testo fatto di memoria di dettagli, e la difficoltà della perdita anche quando la si dovrebbe prevedere, l'innocenza, la speranza, il dubbio, il dolore, e i segni divini che si schiantano contro una finestra.

 
Fiori di solidago e un ciondolo portafortuna
le cose che ti ho portato quando ho scoperto
che avevi il cancro alle ossa.
Tuo padre ha pianto al telefono
e ha guidato la macchina fino al porto
solo per dimostrare che era dispiaciuto.
 
La mattina attraverso la persiana
quando la luce si è spinta contro la tua scapola
potevo vedere cosa leggevi.
Tutta la gloria del Signore
e le complicazioni di cui potevi fare a meno
quando ti ho baciata sulle labbra.
 
Martedì sera a lezione di Bibbia
abbiamo innalzato le mani e pregato sul tuo corpo
ma non succede mai niente
Ricordo quella volta a casa di Michael
nel salotto quando mi hai baciato sul collo
e io ti ho quasi toccato la camicetta.
 
La mattina in cima alle scale
quando tuo padre ha scoperto cosa avevamo fatto quella notte
e mi hai detto che avevi paura.
Oh la gloria quando sei corsa fuori
con la maglietta rimboccata e le scarpe slacciate
e mi hai detto di non seguirti.
 
Domenica sera mentre pulivo la casa
ho trovato il biglietto su cui lo avevi scritto
con le foto di tua madre.
Sul pavimento, al momento della separazione
con la mia maglietta rimboccata e le scarpe slacciate
sto piangendo nel bagno.
 
Quella mattina quando alla fine te ne vai
e l'infermiera accorre con lo sguardo basso
e un uccellino rosso sbatte contro la finestra.
Quella mattina nella penombra invernale
il primo marzo, nel giorno di vacanza,
mi è parso di vederti respirare.
 
Tutta la gloria del Signore
e le complicazioni quando vedo il suo volto
quella mattina sbattuto contro la finestra.
Tutta la gloria quando Lui ha preso il nostro posto
ma Lui mi ha preso le spalle e Lui mi ha scosso il viso
e Lui prende e Lui prende e Lui prende.

scritto da mela | 02:22 | commenti (38) | commenti (38) [pop-up]
musica, succo di mela

giovedì, 31 maggio 2007
È stato

il miglior padre che potessi avere.



Nessuno si senta obbligato a scrivere commenti a questo post, e nemmeno io.
Ma volevo restasse nel mese di maggio.

scritto da mela | 22:22 | commenti (15) | commenti (15) [pop-up]
succede a mela

mercoledì, 23 maggio 2007
Zeitgeist

Farsi coraggio, fare coraggio, il tempo procede sempre in avanti, un altro anno accademico sta finendo e in questo ho fatto 14 corsi a contratto per 4 università diverse e mi sento un po' stanca, ma forse il buono di essere pagati l'a.a. dopo è che intanto sembra di non aver fatto niente e magari così ci si sente un po' meno stanchi. All'esame di teoria per la patente non è difficile fare zero errori, difficile ora sarà trovare nel mondo reale un incrocio con 5 bracci e ognuno con una macchina in attesa e nessuna segnaletica orizzontale, verticale, semaforica o manuale e vedere che precedenze verranno date (presumibilmente una di queste, intanto da pedona romana confermo la validità del metodo della precedenza ipnotica di cui all'ultimo punto), e comunque ora posso rimuovere dalla memoria tutti i segnali inutili, 'ché come dice un mio amico, "nella vita reale basta saperne 3: stop, divieto d'accesso e senso unico", che sapevo già da prima, ecco. Difficile è partire in salita quando la legge naturale ti vorrebbe giù ma tu ti devi opporre con equilibrio e slancio senza tradire alcuno sforzo e senza singhiozzare di sofferenza, ma questa è più una metafora. Anche terapia sperimentale è una metafora, vuol dire "delle altre terapie conosciute non funziona niente", bisogna tuttavia credere e sperare. E anche quando è l'undicesimo giorno da "vi chiameremo per il ricovero tra una decina di giorni": credere, sperare e convincere gli altri a non cedere, nascondendo intanto i propri cedimenti.
E poi fare cose da vita normale. Ho guidato una macchina tedesca e celeste per una strada provinciale in mezzo al verde, luccicante e silenziosa come nelle pubblicità dove non esiste il traffico: è una bella sensazione, temo di starci prendendo gusto. Domenica tornando dal lavoro della domenica ho visto sulla via Aurelia una Ka usata in vendita, verde bottiglia, e l'ho concupita, l'avrei tanto voluta per me. Ma devo dominare i desideri che non sono alla mia portata, distaccarmi da essi. Che imparino dal serpente Kundalini che dorme arrotolato tra le mie gambe e nemmeno sa quando si risveglierà. Evidentemente i chakra devono attendere. Come molte cose. Mi ha scritto una batterista/percussionista, dopo un anno esatto che siamo senza: mi scrive che è un'accanita fan di Ani e che ha letto ora un annuncio messo mesi fa, e io che mesi fa avrei fatto capriole di gioia a ricevere una mail del genere, ora nemmeno le ho ancora risposto, perché in realtà non riesco a progettare concretamente niente, piuttosto passo il tempo a rigirarmi tra le mani me stessa nelle varie versioni conosciute o immaginate, a cercare di venirne a capo, ragionare su cose successe che non dovevano, quelle non successe che si volevano, gli sbalzi d'umore e i silenzi grigi, effetto collaterale del tentativo di farmi gommosa ed elastica per attutire meglio le mazzate, come quella presa 11 giorni fa al Gemelli, da sola, poi farmi filtro per le cose da riferire al telefono con la voce normale, incoraggiante, e poi riattaccare e piangere scendendo scale e pensare a chi potrei telefonare libera di piangere, ma mentre scarto chi lavora, chi non può rispondere, chi non so cosa stia facendo, chi non mi ha mai sentita così, anche quel momento passa e torno in me, con me, a rigirare me stessa tra le mani e a cercare di venirne a capo. Va bene così, è solo questione di tempi. Poi le persone con cui posso parlare non mancano e per fortuna sanno aspettare che mi passino le fasi asociali. Di questo mi sento spesso in colpa. E poi grata.

Anche i post aspettano il momento in cui qualcosa spinga a scriverli, qui, nella rete in cui a volte ci si impiglia, dietro schermi con cui ci si scherma, di fronte a comunità di estranei. So che a volte ci si chiede se sia utile o legittimo parlare così di sé. Per me lo è, ma forse fa molto il fatto che le 10 persone che mi leggono mi conoscano quasi tutte da prima o ormai di più rispetto al blog, per cui non mi sento fuori luogo. O forse perché nel mio mondo ideale dire e condividere quel che si prova è naturale e fa bene. E poi la memoria scritta serve a supportare quella dei miei neuroni labili: quando tornerò a leggere cosa pensavo, sarà come rivedere fotografie. Del resto fotografare vuol dire "scrivere con la luce", ma i pensieri si catturano meglio in pixel che su pellicola.

scritto da mela | 03:13 | commenti (17) | commenti (17) [pop-up]
succo di mela

domenica, 06 maggio 2007
Cebula

è il titolo in polacco di questa poesia che riesce ad affrontare con acume e levità quel che per altre discipline si chiama ontologia o gnoseologia o epistemologia o esistenzialismo o quel che vi pare:


La Cipolla

La cipolla è un'altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
Potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d'inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla: cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell'una ecco sta l'altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un'eco in coro composta.

La cipolla, d'accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi - grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l'idiozia della perfezione.

(Wislawa Szymborska - traduzione di Pietro Marchesani)

Stamattina la signora Szymborska, come la chiamavano tutti, impedendomi di fugare ogni dubbio sull'esatta pronuncia del suo nome di battesimo (come si dirà correttamente Wislawa, se il cognome del fu papa veniva pronunciato in varie gradazioni fonetiche tra Voitila e Uoitiua?) ha letto questo ed altri piccoli trattati di filosofia, storia e metafisica, scritti a meraviglioso modo suo, a pochi metri da me, nella sua lingua piena di affricate: qui si può sentire la sua voce, dopo quella in italiano; oggi invece la lettura in italiano succedeva a quella in polacco e veniva dalla pacata voce maschile del suo stesso traduttore, Pietro Marchesani, cui il giovane e simpatico ambasciatore di Polonia ha conferito in latino un'onorificenza di merito.
Sembra il resoconto di un evento intellettuale snob, ma è stato tutt'altro: l'auditorium del Goethe Institut era pieno di persone sedute e in piedi per vedere quello che qualcuno, durante le presentazioni di rito, ha chiamato un grosso personaggio, perché Nobel 1996 per la letteratura e uno dei più grandi poeti viventi, invece davanti a noi c'era questa signora minuta e canuta dallo sguardo vispo e un po' timido, che ci ha detto (in polacco, poi tradotta da un'autorità che non ricordo, un signore dall'italiano perfetto e dal volume di voce di 2 dB) "Sono stupita che siate qui così numerosi: oggi è weekend!"
Ma per lei ne valeva la pena eccome. E c'erano molte persone giovani tra il pubblico. Giovani ad un incontro con una vecchia poetessa di 84 anni. Una ragazza seduta davanti a me aveva un volume polacco con sul risvolto di copertina questa (<--) foto di autrice e tazza fumanti. Altri avevano comprato al banchetto al piano di sotto dei volumi delle sue antologie. Io invece mi ero portata per il viaggio in autobus il mio amato volumetto col prezzo ancora in lire, preso dopo aver letto da qualche parte (dove? quando? perché? non lo ricordo) Amore a prima vista e/o Il gatto in un appartamento vuoto, parole ironiche e immediate su misteri insondabili come coincidenza e destino, morte e senso di tradimento. E le analisi storiche di Scorcio di secolo e La fine e l'inizio (in cima a questa pagina), parole che illustrano eventi epocali eppure scorrono senza impedimento, così diverse da ciò che la maggioranza intende per poesia: lo stile ermetico, le immagini frammentarie, il respiro sospeso negli enjambements, arrivare alla fine e magari chiedersi "aspetta, e quindi cosa ho letto?". Con lei no. E quanto più diretto appare a noi, tanto più c'è la sua bravura nel condensare cotanto significato in tali significanti. L'amo anche per questo. E non credevo che avrei mai avuto l'opportunità di vederla di persona. Ma oggi è successo e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano.

Per il resto nulla di nuovo: domani arriva mio padre che lunedì diventerà un uomo radioattivo per qualche ora, sperando di capire finalmente quanti siano i mostri e iniziare a colpirli; nel frattempo all'ospedale di Taranto si somministra protossido di azoto invece che ossigeno ai pazienti; Berlusconi si lamenta dei comunisti che vogliono rovinargli le aziende; dal primo maggio mezzo paese infiammato per la questione etica della critica a Santa Madre Chiesa da un palco da un comico, per frasi come
- Il Papa ha detto che non crede nell'evoluzionismo. Sono d'accordo: infatti la Chiesa non si è mai evoluta.
- Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, per Franco e per uno della banda della Magliana. Ma è giusto così: accanto a Gesù Cristo sulla croce non c'erano due malati di sclerosi laterale, ma due ladroni.

che non mi pare dicano nulla di falso (per quanto, ok, Welby i funerali nemmeno li aveva chiesti, ma la moglie sì, e comunque il punto è l'intransigenza della chiesa verso chi ritiene inumano l'accanimento terapeutico, anche quando la Sua volontà sarebbe un'altra... altro bel punto il fatto di mettere il becco un po' ovunque), ma nessuno che reagisca con tale passione per i discorsi di Epifani, Angeletti e Bonanni fatti la mattina a Torino, sulle vere questioni etiche urgenti di cui occuparsi: i morti sul lavoro, i morti di fame per precariato, la morte della fiducia nello Stato con un sistema fiscale sostenuto dalle classi sempre più svantaggiate mentre altri sguazzano impuniti in furbizie e privilegi, la morte della speranza, come l'altro giorno che sul sito di Repubblica c'era il programmino per calcolare la futura pensione e a me è venuta fuori una pagina tutta bianca. E andiamo avanti così.

scritto da mela | 02:54 | commenti (19) | commenti (19) [pop-up]
parole, notizie

venerdì, 20 aprile 2007
Altre cose

continuano a succedere e il mondo continua a girare e mentre mio padre ha fatto domanda di pensionamento e di invalidità e sta per cominciare la sua battaglia contro il male, è scoppiata una primavera noncurantemente (o appositamente?) colorata e bellissima. La teoria della relatività mi offre ogni giorno nuove e diverse manifestazioni di sé: cose che prima rappresentavano problemi o pensieri ora non esistono nemmeno, cose prima quotidiane o trascurate adesso appaiono preziose. E almeno imparare meglio mi fa sentire meglio.
Giorni fa mi si è spezzata una corda della chitarra, il mi cantino, che insieme al sol cede più facilmente allo strapazzo delle varie accordature non standard cui le costringe la musica che suono più spesso. Ma ho pensato di non rimetterla subito e tenerla un po' come una chitarra tenore, la chitarra a 4 corde con cui sono suonate diverse canzoni di Ani DiFranco, per esempio Hypnotized o Half Assed.
Quella sorta di essenzialità mi asseconda, forse perché ultimamente sento il bisogno di suonare cose con meno note e più silenzi, per lasciare ai pensieri il modo di dilatarsi con calma entro i suoni, piuttosto che essere soffocati da essi.

E in questi giorni, da quando ho appreso la notizia della strage di Cho Seung-Hui al Virginia High Tech, ho in testa un'altra canzone suonata con quelle sole 4 corde e con un testo rappresentativo di quell'altra America, che cerca di incidere sulle coscienze non con le armi ma con la ragione (e per amore della ragione stendo un velo pietoso sulla risposta del governatore della Virginia all'invito di Bush a non portare le armi a scuola: "se anche gli altri studenti avessero avuto le armi, non sarebbero morti come pecore, ma avrebbero opposto resistenza a quel pazzo").
Era giusto il 20 aprile di 8 anni fa quando due studenti di 17 e 18 anni commisero la strage alla Columbine High School, una delle più gravi della storia americana con le sue quindici vittime. Qualche mese dopo, l'album To the Teeth si apriva con questa canzone dallo stesso titolo (ho preferito tradurre il significato e rimandare altrove ai significanti verbali e musicali):

Il sole tramonta su questo secolo
e noi siamo armati fino ai denti
stiamo unendo tutti i nostri sforzi
per abbreviare pietosamente le nostre vite

E studentelli continuano a insegnarci
di cosa si parla quando si parla di armi
confondete pure "libertà" con "artiglieria"
e state a guardare i vostri figli che la realizzano

E ogni anno ormai, puntuale come il Natale,
qualche ragazzino diventa preda di quella depressione suburbana
che l'ha nutrito fin dalla nascita
si serve al primo arsenale a portata di mano
e se ne va in giro a riempire la cronaca nera

E in mezzo a tutto ciò le donne
imparano quel che le povere donne hanno sempre saputo
che il limite è molto più vicino di quanto si pensi
quando gli uomini portano le armi in casa

Ma guarda dov'è il profitto
è lì che troverai la fonte
della grande menzogna che tu e io
conosciamo così bene
e nel tempo che servirà perché questo
desiderio culturale di morte faccia il suo corso
loro si faranno dei bei soldi
e poi andranno tutti all'inferno

Lui l'aveva detto che alla fine tutto si paga
eh sì, Malcolm aveva previsto quest'ondata
e davvero dormiremo per un altro secolo
mentre i ricchi guadagnano sul nostro sangue?

È vero, potrà esserci un po’ da lavorare
per vedere la fine di questo disfacimento
ma secondo il mio umile parere
ecco cosa suggerirei di fare:

aprire il fuoco su Hollywood,
aprire il fuoco su MTV,
aprire il fuoco sulla NBC,
e la CBS e la ABC
aprire il fuoco sulla National Rifle Association
e su tutte le menzogne che ci hanno sempre raccontato,
aprire il fuoco su ogni fabbricante di armi
mentre fa un pompino a qualche senatore repubblicano

E se sento parlare ancora una volta
del diritto di qualunque idiota
ai suoi strumenti di furore
prendo tutti i miei amici
e me ne vado in Canada
dove almeno potremo morire di vecchiaia.

scritto da mela | 19:25 | commenti (22) | commenti (22) [pop-up]
musica, notizie, res publica, succede a mela

venerdì, 13 aprile 2007

Un altro post che non so come iniziare. Vorrei scrivere che succede, de-scrivere, di nuovo, qualcosa di me, di questi giorni, per dare forse un ordine alle cose, almeno in forma di righe, ma quello che vorrei scrivere oggi potrebbe sembrare ricerca di compassione, ma non è così, non sono fatta così, ma l'alternativa allo scrivere questo è non scrivere nient'altro qui oppure chiudere i commenti per dimostrare che non lo faccio per i commenti ma per me. Ma una cosa del genere mi sembra così stupida, e ho scritto già troppi ma, e faccio prima a scrivere e basta perché stasera mi sento di farlo.

Sono undici giorni che mio padre è ricoverato in ospedale.
Il giorno più lungo era iniziato il giorno prima, lunedì, quando mi aveva detto per telefono che quello che gli aveva fatto l'ecografia aveva messo i risultati dentro una busta sigillata dicendogli "Questa la porta domattina dal suo medico curante, così le spiega lui".
Cos'è che devi farti spiegare da una persona che ti conosce da una vita?
Che quelle macchie al fegato sono stupidi calcoli?
Quella notte ho contato tutte le ore che scorrevano sull'orologio.
Poi ho preso un autobus e sono andata all'università per chiedere in tedesco ad aspiranti studenti Erasmus perché volessero partire per la Germania e per riempire di numeri le caselle Motivazioni, Lingua, Media. Quando finalmente sono riuscita a liberarmi per telefonare al suo cellulare, ha risposto mia madre.
- Papà adesso non può, è dentro con un dottore, siamo venuti all'ospedale.
- Perché, che gli hanno detto?
Silenzio per un po'. E poi
- Beh mela ora te lo dico, tanto lo dovrai sapere anche tu, sono cose che nella vita succedono, dicono che è
e prima che dicesse cancro ero già avvolta in un bozzolo di ovatta nera.
All'alba del mattino successivo ero sul primo autobus per raggiungerlo, dopo una seconda notte insonne ma almeno breve. Poi dopo averlo visto e abbracciato sono andata a casa e sono finalmente crollata sul letto. Poi alle sette ero di nuovo in ospedale. E la settimana che dicono santa è proseguita così. E poi gli altri giorni. L'ospedale, i controlli, i risultati dei controlli, parlare coi medici, gli sguardi seri coi medici e quelli di forza e speranza con lui, le diagnosi, le metastasi, le ipotesi, le parole nuove da imparare (una cosa che ho sempre amato così tanto, ma queste no), la nuova cartella cancro nei segnalibri del browser, la fragilità di mia madre, le decisioni da prendere, le telefonate da fare, e il primario che vuole parlare con me, e i parenti che vogliono parlare con me, e diventare più adulti di colpo, e affrontare le paure.
Non so se so fare tutte queste cose. E quelle che verranno. Ma mi spetta, e lui lo merita, e anche questa volta ringrazio il cielo che esista mio fratello, che esista una persona che è cresciuta con me e che sa e capisce. Tutto quanto. Oggi è il suo ventottesimo compleanno. Qualche settimana fa mi ha detto di aver visto questa pagina. Ecco, se leggi questo di oggi... ma non serve nemmeno che io lo scriva, il bene che ti voglio. La cosa strana forse è dirtelo qui e in italiano.
E mio padre. Si sente ancora bene (ma non è che sta bene, è che non sta ancora male, mi ha detto un medico l'altro giorno) ma lo aspetta una battaglia durissima. Ne è cosciente però, ha accettato la sua malattia, per quanto grave, e vuole combattere per fermarla, facendo tutto ciò che è possibile fare. Ci dice di stare tranquilli, perché lui in fondo lo è. Io gli trasmetto tutta l'energia positiva di cui sono capace, ma non ha idea di quanta riesca a trasmetterne lui, così fragile e forte in questo momento assurdo.
L'altra sera, uscendo dal reparto, mia zia mi ha detto
- Tu hai un padre meraviglioso.
Lo so.

scritto da mela | 23:51 | commenti (25) | commenti (25) [pop-up]

lunedì, 02 aprile 2007

No, è che poi viene una sorta di timore a riprendere a scrivere, non sembra, ma più giorni passano e più sento come "Oddio, è quasi un mese dall'ultima volta, e ora che scrivo?".
Eppure in fondo non credo di essere gravata da aspettative, questo blog non ha una linea editoriale, né si pone come un sito d'informazione o di proselitismo o di altro scopo che non sia quello di esprimere me (poi spremere ha la stessa etimologia, e del resto il titolo di questa pagina non è un caso) quando ne sento il bisogno e di ritrovare stralci di me trascorsa quando ricapito sui vecchi post. Anche se alla fine qui, di me, sono solo gocce.

This machine will not communicate
These thoughts and the strain I am under *


E dire che bisogno di scrivere, fissare, ne ho sentito più di una volta in questi giorni. Soprattutto una notte, domenica scorsa, in cui però non dormivo nella mia stanza perché erano qui mio fratello e la sua ragazza, e così il coperchio di questo computer è rimasto chiuso e così i miei pensieri, un po' tappati. Forse meglio.
Nel giro di pochi giorni sono cambiati in modo drastico e irreversibile degli equilibri interni alla casa in cui vivo, prima per uno sfidanzamento storico, con legami così forti e molteplici col resto del gruppo che ora per tutti a parlare con uno dei due sembra quasi di mettersi contro l'altro, ma chiaramente non è così; poi quella sera a cena fuori l'annuncio di una persona con cui in questa casa ho condiviso tantissimo, che tra qualche settimana va via a convivere col ragazzo, e ci manca un po' la terra sotto i piedi. Non perché lei si stia evolvendo, non potevamo augurarle di meglio, ma perché in fondo questo ha fatto sentire noialtri ancora fermi, bloccati. Sì, un po' egoistico. Ma in un senso non cattivo. Ci siamo rimessi nelle macchine, e nella nostra eravamo tre trentenni precari, The Bends dei Radiohead nell'autoradio, le luci di Roma di notte fuori, gli sguardi e i silenzi e le parole per sdrammatizzare, l'imitazione di Fabio Caressa, abbiamo mangiato dagli stessi piatti, abbiamo suonato le nostre canzoni, abbiamo visto i mondiali sulla terrazza, sono stati anni belli, e ho detto che con i Radiohead in sottofondo sembravamo uno di quei film italiani sui trentenni confusi, e G. ha detto "E G. pensò, 'Quando avrò una casa mia?'", e mela pensò anche molte altre cose

All your insides fall to pieces,
you just sit there wishing you could still make love *


e che quella notte avrebbe voluto scrivere pensieri con in mezzo le citazioni di quel disco che ascoltava tanto all'università, insieme a Ok Computer. Li avevo su cassetta. Che tenerezza ora ripensare a quando dopo poche canzoni bisognava cambiar lato. E il nastro che dopo un po' si consumava e si rovinava. Spesso facevo delle operazioni di microchirurgia ricostruttiva sui nastri spezzati, avevo anche una scatolina con pezzettini di ricambio recuperati dalle cassette buttate.

He used to do surgery
For girls in the Eighties
But gravity always wins *


Facevo i viaggi col walkman, delle batterie di ricambio e due o tre cassette le cui canzoni avrei imparato benissimo. Oggi invece mi capita di sentirmi dire il mio melpod da 2GB (3-400 canzoni) è un po' poco.
Mi sono laureata nell'anno di uscita di Amnesiac (ricordo che ogni volta che su mtv davano il video di Pyramid Song mi incantavo a sprofondare nelle immagini e ad analizzare la struttura ritmica, soprattutto prima che entri la batteria, ancora oggi un bell'esercizio di concentrazione su una canzone ipnoticamente bella) e se oggi penso che da un paio di giorni c'è una persona al mondo che si è laureata con me mi viene da ridere.
Il presidente della commissione, che all'inizio mi ha presa per una studentessa, alla fine mi ha fatto i complimenti per professionalità ed equilibrio e mi ha detto che l'università ha fatto un bell'acquisto. C'è però che non so io se ho fatto un bell'acquisto e se sia quello l'ambiente in cui voglio restare. Ultimamente mi vedo all'ultimo anello di un'accademica catena di scaricabarile di varia natura, ed in generale di un ambiente che penalizza le passioni e premia il machiavellismo, che non so se intendo e se sono in grado di sostenere ancora a lungo. È così che mi aspettavo? È così che volevo? Non credo.

Faith, you're driving me away
You do it everyday
You don't mean it
But it hurts like hell *


Il regno delle cose non fatte, sempre molto vasto, è pieno tra l'altro di post non scritti.
Però da quel regno sto tirando via una patente di guida, ebbene sì. Lunedì ho guidato per la prima volta una macchina, quella di mio fratello, che mi ha detto bravissima perché non l'ho fatta mai spegnere, ho messo la seconda e ho guidato tra le colonne del parcheggio deserto delle 22 all'Ikea di Porta di Roma senza andare addosso ad alcuna di esse (anche se in una curva più stretta c'è mancato poco).

Da quando studio per la patente, la strada mi assale con uno strato di semantica in più che prima c'era ma era un mondo parallelo, e ora invece mi impone di interpretare e definire segni orizzontali, verticali, bi-, tridimensionali e su ruote che mi circondano. È incredibile quanto ci sia da definire. Sta diventando un po' faticoso: ormai quando sono in autostrada in autobus (in tedesco per dire andare su un mezzo di trasporto si usa lo stesso verbo per guidare, dunque mentre guido in autostrada, ma quanto sono già avanti?) guardo anche tutti i mezzi cercando di ricordare le definizioni. Così scelgo di chiudere gli occhi e appisolarmi, cosa che ultimamente, a fine giornata di lavoro, mi riesce in modo sempre più frequente ed efficace.
La prossima volta che guiderò con le mie mani e i miei piedi sarà in un luogo più aperto, in un'altra città, con mio padre. Una cosa che ho sempre sognato.
Ora ancora di più.
Mio padre, per più di sessant'anni indistruttibile, che anche quando gli cadde il carico di una gru sulla schiena non si spezzò, che non si ammala mai, da qualche giorno è ufficialmente malato. Si spera non lo sia tanto, ci saranno tempo e controlli per dirlo, ma fa male, e non c'è nulla con cui prendersela.

Blame it on the black star
Blame it on the falling sky
Blame it on the satellite
That beams me home *


Non ricordo chi è che diceva che passiamo i giorni ad aspettare di risolvere tutti i vari piccoli e grandi problemi della quotidianità, dopo di che potremo finalmente iniziare la nostra vera vita, senza renderci conto che la vita è proprio quella quotidianità che aspettiamo che passi.
Certo che l'esempio di programmazione del futuro che ho visto prima di mezzanotte su La7 supera ogni immaginazione: era una pubblicità per presentare un nuovo complesso di case in costruzione in Romagna, un progetto chiamato Mare Domani. L'entusiasta agente immobiliare spiegava che non solo si tratta di bellissime case splendidamente rifinite ecc., ma che sono costruite in una posizione tale che tra una quindicina d'anni, per il previsto innalzamento del livello del mare, la vostra casa in collina si trasformerà in una esclusiva casa sul mare e avrete la vostra spiaggia.
Giuro che ha detto questo.
Con tanto di grafica in sovrimpressione del mare che risale la collina.
Dio voglia che fosse un pesce d'aprile.

Every day, every hour
I wish that I was bullet proof  *

scritto da mela | 03:09 | commenti (17) | commenti (17) [pop-up]
musica, lavoro precario, pubblicità regresso, succo di mela

 

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